La scomparsa di Bruno Bréguet

Bruno Bréguet è un militante politico svizzero attivo fra gli anni 70 e gli anni 80. La sua carriera di terrorista inizia prestissimo. Nel 1970, non ancora ventenne, viene arrestato nel porto di Haifa, Israele, con due chili di esplosivo nella cintura: un regalo del Fronte Popolare della Palestina di George Habash. Condannato a 15 anni di prigione, ne sconterà 7. Scarcerato nel ’77 anche grazie all’appello di numerosi intellettuali (tra i firmatari della petizione in suo favore compaiono i nomi di Jean Paul Sartre e Alberto Moravia), Bréguet entra ben presto a far parte dell’ORI, l’organizzazione di Ilich Ramírez Sánchez, alias Carlos. Nel 1982 viene arrestato assieme a Magdalena Kopp, moglie del terrorista venezuelano ed anch’essa membro del gruppo: i due avevano in programma un attentato agli Champs Elysées. Dopo 3 anni e mezzo di prigione, nel 1985 Bréguet è di nuovo a piede libero. Scompare nel nulla tra l’11 ed il 12 novembre 1995, sulla rotta tra l’Italia e la Grecia. Di lui, fino ad oggi, non si è più saputo nulla. Una serie di e-mail dell’agenzia di intelligence Stratfor, pubblicate nei giorni scorsi da WikiLeaks, forniscono informazioni inedite sulla sua misteriosa scomparsa. Porto di Ancona, 10 novembre 1995. Il traghetto si addossa al molo con un tonfo sordo. I motori tuonano ancora mentre l’equipaggio assicura con qualche cima il “Lato”, una nave da 25mila tonnellate della compagnia greca Anek Lines. Un odore forte di nafta si sparge nell’aria salmastra: sembra scollarsi dal metallo pitturato di bianco dello scafo. La ringhiera di ferro del ponte è umida e scivolosa. Bréguet sale in macchina, mette in moto e si dirige verso l’uscita del ferry. L’aria è fresca, ma non fa così freddo per essere a metà novembre.

Non tira neppure troppo vento, ed il cielo, coperto da un grigio chiaro, getta ogni tanto un raggio di luce sul parabrezza dell’auto. Bréguet ha 45 anni, i capelli corti e folti, i lineamenti delicati di un ragazzo. Non ha l’aria di uno che ha passato più di dieci anni in carcere.
Ha già compiuto quella traversata diverse volte: da qualche tempo vive tra la Grecia e la Svizzera, e l’Italia è una tappa obbligata. La cosa non gli dispiace, Bruno parla bene italiano, tanto che una delle sue false identità, quando era nel gruppo di Carlos, era proprio italiana. “Luca”, era il suo nome in codice. Niente a che vedere con i vari “Johnny”, “Steve”, “Lily” e “Heidi” che si erano scelti i suoi compagni d’armi.
E’ passato tanto tempo da allora. L’estate prima in Sudan, i servizi francesi hanno arrestato Carlos, lo Sciacallo, dopo vent’anni di latitanza. Bruno, dal canto suo, ha scontato la sua pena. Dopo il fallito attentato di Parigi, nel 1982, è uscito ufficialmente dal gioco. Nel 1986 è stato a Damasco, in Siria, probabilmente ad un incontro con i vecchi membri dell’ORI, ma da quel momento in poi il suo nome non compare più in alcun rapporto. Nessun riferimento. È in pensione adesso, Bruno. Ha una compagna, Carol, ed una bambina di 2 anni che ha i suoi stessi occhi: Shona. Per guadagnarsi da vivere fa il carpentiere. I mesi estivi li passa a Perdika, un piccolo villaggio di pescatori nell’Epiro non lontano da Igoumenitsa, il porto da cui salpano le navi che collegano l’Italia alla penisola ellenica, e dal quale è partito anche lui il giorno prima. Lui e Carol-Anne hanno comprato una piccola casa lì. Il resto dell’anno vive in Ticino, dai genitori e dal fratello, con qualche soggiorno in Austria.
L’auto scende dal traghetto a passo d’uomo. Un breve controllo alla frontiera e Bréguet potrà ripartire con la sua famiglia verso la Svizzera. Lo fa ogni cambio di stagione, ma questa volta è diverso. I doganieri italiani lo fermano, lo tempestano di domande: sospettano che stia trasportando un carico d’armi. Gli chiedono di aprire il portabagagli, perquisiscono la macchina, frugano dappertutto; ma non trovano niente. “Lei è persona non gradita sul suolo italiano”, gli dice un agente. “La sua famiglia può proseguire, lei invece non può passare”. Bréguet riesce comunque a fare una telefonata. Chiama suo fratello a Lugano, gli spiega la situazione. Non è la prima volta che, arrivato alla frontiera italiana, viene respinto. Gli era già successo l’anno prima. Un bel fastidio, certo, ma niente di grave. “Se non avete mie notizie nel giro di tre o quattro giorni, significa che ci sono problemi”, dice prima di riattaccare. Viene quindi imbarcato nuovamente sul “Lato” e rispedito in Grecia.
Il capitano del traghetto, interrogato dalla polizia greca, riferirà di averlo visto fino a venti minuti prima dell’approdo. Quando la nave attracca al porto di Igoumenitsa, Bréguet viene chiamato al megafono per riavere i documenti che gli erano stati requisiti durante il viaggio, ma non si presenta. Nessuno lo vede scendere dal ferryboat. Non c’è traccia di lui nelle cabine. Che fine ha fatto Bruno Bréguet? 
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Il “Lato” non è una nave piccola, è la nave ammiraglia della flotta. E’ lunga 190 metri, può ospitare almeno 1500 passeggeri e più di 800 automobili. Se Bréguet fosse voluto scendere dalla nave senza farsi notare avrebbe certamente potuto, ma per quale motivo? Non c’è nessun mandato d’arresto sul suo conto, non viaggia sotto falso nome ed è fuori dal giro del terrorismo internazionale ormai da anni. Carol e Shona lo aspettano per andare insieme in Svizzera ed i documenti gli sono indispensabili. Secondo il comandante è impossibile che Bréguet sia caduto in mare prima dell’approdo: la maggior parte dell’equipaggio si trova sul ponte in quel momento, per le operazioni di attracco.
La sua presenza sarebbe stata notata. Bréguet è stato rapito? Forse caricato a forza in un portabagagli e trasferito altrove, lontano da occhi indiscreti? Il fratello di Bruno, Ernesto, ne è convinto. Fonti interne all’intelligence greca gli avrebbero confermato che Bruno è stato prelevato dai servizi segreti ellenici, probabilmente su mandato dell’antiterrorismo francese, per ottenere informazioni da utilizzare contro Carlos nel processo che si sarebbe tenuto lì a breve. Una tesi ricorrente, sostenuta da diverse fonti, è che Bréguet sia morto durante un interrogatorio particolarmente “duro”. Ucciso dai servizi, quindi.
Ma di quale paese, questo è un mistero. È stato il Mossad? O sono stati piuttosto gli uomini della CIA, in una base in Ungheria, a far fuori lo svizzero? Da anni le ipotesi si rincorrono, senza che nessuno sia in grado di confermarne l’attendibilità.
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