Sartre spiato dai Servizi Segreti canadesi

Quando il Canada era in guerra con il Fronte di Liberazione del Québec

di Emanuele Midolo

Due volumi, 234 pagine di informazioni raccolte nel corso di più di vent’anni. Una serie di notizie meticolose sulla sua vita privata, dalle relazioni sentimentali alla situazione finanziaria, con un occhio attento alle possibili imputazioni giudiziarie, di modo da rendere giustificabile un’eventuale espulsione. È il dossier “Sartre”, redatto dalla Gendarmerie Royale du Canada, i servizi segreti canadesi.

Un fascicolo voluminoso, comprensivo di articoli, interviste e dichiarazioni pubbliche scrupolosamente tradotte al fine di svelare intenzioni e progetti che potessero riguardare l’appoggio alla causa degli indipendentisti del Fronte di Liberazione del Québec.

I documenti, resi pubblici dall’agenzia di stampa canadese in virtù della legge sull’accesso alle informazioni riservate, sono stati desecretati a vent’anni dalla morte dell’interessato (Sartre è scomparso nel 1980). Alcuni passaggi di quel dossier rimangono tuttora segreti.

Riporta l’agenzia la Presse Canadienne:

“Il direttore per le informazioni e la sicurezza della GRC, L. R. Parent, avvisò il Ministero degli Affari Esteri, nel marzo 1971, che il filosofo sarebbe dovuto passare da Montreal, prima di recarsi in California per assistere al processo dell’attivista Angela Davis. Gli agenti avevano cominciato a raccogliere informazioni sul suo casellario giudiziario affinché il ministero dell’immigrazione  potesse, ‘nel caso in cui avesse voluto, prendere delle misure al fine di impedire a Sartre l’ingresso in Canada’, scriveva Parent”

Tra gli intellettuali più influenti del XX secolo, Sartre è stato, insieme alla sua inseparabile compagna, Simone De Beauvoir, uno strenuo sostenitore delle battaglie per i diritti civili dei paesi di tutto il mondo. Teorico dell’impegno anche in letteratura, rifiutò il premio nobel ottenuto nel 1964 con il testo autobiografico “Les Mots”. “Nessun uomo merita di essere consacrato da vivo”, disse in quell’occasione.

Alla fine degli anni 60 il Canada è uno Stato in rivolta. Il Movimento del ’68, importato dai vicini Stati Uniti e veicolato dagli scritti degli studenti francesi del Maggio, investe con forza il paese. È nella provincia francofona del Québec, la maggiore regione canadese, che le lotte per i diritti civili si manifestano in maniera più violenta, anche e soprattutto grazie alle spinte indipendentiste dei québecquois socialisti. Il principale organo della “resistenza” è il Fronte di Liberazione del Québec (FLQ), un’organizzazione di estrema sinistra fondata dal rivoluzionario belga George Schoeters. Alcuni dei gruppi più estremisti in seno al FLQ organizzarono una serie di attentati volti ad accelerare le politiche separatiste.

Al principio dell’ottobre 1970 la cellula Libération sequestra James Richard Cross, commissario commerciale britannico in visita ufficiale. Pochi giorni dopo, un altro commando rapisce e uccide (forse in maniera accidentale) il Ministro del Lavoro Pierre Laporte.

Ha inizio la “Crisi d’ottobre”, per il Canada, il periodo più buio della sua storia moderna, paragonabile ai 55 giorni del sequestro Moro in Italia. Il 16 ottobre, il Governo centrale proclama lo stato d’assedio. Viene schierato l’esercito: migliaia di soldati sorvegliano i confini del Québec, impedendo a chiunque di lasciare la regione. Vengono sospesi i diritti civili. Una serie di “leggi speciali” antiterrorismo vengono approvate dal Parlamento: la Loi sur les mesures de guerre, voluta personalmente dal Primo Ministro canadese Pierre Elliott Trudeau, consente la detenzione preventiva, sulla base del semplice sospetto e senza alcuna imputazione, fino a 90 giorni. Segue un’ondata impressionante di arresti: 457 persone finiscono in carcere. Tra di esse, decine di attori, scrittori, giornalisti e militanti politici.

L’anno successivo, Jean-Paul Sartre dichiara di voler visitare il paese per poter manifestare il suo sostegno agli arrestati. L’interesse di Sartre per la causa quebecchese risale al 1952, quando l’intellettuale pronunciò un discorso al Parlamento francese, dichiarandosi a favore della indipendenza. Fu in quell’occasione, come si apprende dai documenti pubblicati dalla stampa canadese, che gli agenti della polizia federale aprirono un fascicolo sul suo conto.

L’appoggio di un intellettuale del calibro di Sartre rappresenta un pericolo per il Governo canadese. I funzionari del GRC comunicano quindi con i loro corrispettivi francesi, si fanno spedire da Parigi un resoconto dettagliato della vita politica e personale del filosofo. In Europa, Sartre viene tenuto sotto controllo dal Congrès pour la Liberté de la Culture, un’associazione anti-comunista attiva in 35 paesi e finanziata con dollari CIA.

Ma quel viaggio Sartre non farà in tempo a farlo. Il 18 maggio un colpo apoplettico lo rende cieco e semiparalizzato. Il suo impegno continuerà fino all’ultimo, negli articoli e nei pamphlet politici (com “Ribellarsi è giusto”, del 1974), benché la malattia gli impedisca di recarsi in America. Un gruppo di simpatizzanti del Movimento per la Difesa dei Prigionieri politici in Québec lo intervista nella sua casa di Parigi. L’“affaire Sartre”, per i servizi segreti canadesi, si chiude lì.

Il fondatore dell’Esistenzialismo è solo l’ultimo di una lunga serie di illustri personalità della cultura tenute sott’occhio da questo o quell’altro bureau. Scrittori, attori, musicisti, poeti e persino scacchisti, spulciando negli archivi dei Servizi d’Informazione (Renseignements li chiamano semplicemente i francesi) si può trovare di tutto.

L’attività di controllo su intellettuali e artisti è pratica usuale per gli 007, siano essi occidentali o sovietici. Uomini che, per la loro influenza, rischiavano di orientare l’opinione pubblica, se non di turbare direttamente gli equilibri di potere. Solo in Italia, il famigerato “Piano Solo” del generale del SIFAR De Lorenzo prevedeva il rapimento e la deportazione in Sardegna di 700 persone tra sindacalisti e intellettuali vicini al PCI (ma anche alla sinistra della DC). Colpevoli perché uomini di cultura.

“Non facciamo quello che vogliamo, e tuttavia siamo responsabili di quel che siamo”, ha scritto una volta Sartre. La sua responsabilità, come sempre, fu quella di schierarsi. Un impegno che, agli occhi dei grigi funzionari del servizio di sicurezza di un paese molto lontano, bastò per fare di lui una minaccia alla democrazia.

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