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Vita e morte di un giovane impostore che assomiglia a Cristiano de Majo

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“Diciamo la morte per semplificare, ma ve ne sono tante, quasi quanto le persone

Marcel Proust

Cristiano de Majo è uno scrittore napoletano, autore di diversi racconti pubblicati in varie antologie (su tutte Best Off e Voi siete qui di Minimum Fax), una serie di reportage, una rubrica letteraria e due romanzi. L’ultimo, Guarigione (che in realtà è più un memoir), è uscito qualche giorno fa. In attesa di poterlo leggere, ho preso dallo scaffale il suo libro d’esordio: Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico, che è del 2010 ed è stato pubblicato da Ponte alle Grazie.

Vita e morte è un “vero romanzo”, che ha un incipit fulminante: “Io non sono morto, siete voi a essere morti”. Questa frase è la ragione principale per la quale ho deciso di comprarlo, assieme al fatto di apprezzare l’autore, i cui articoli su Rivista Studio costituiscono praticamente l’unica rubrica letteraria che mi capita di leggere con assiduità.

Oltre ad essere indubbiamente bella nella sua spietatezza, la frase mi ha fatto sorridere perché mi ha ricordato un passaggio molto famoso di un libro di Philip K. Dick, Ubik, che si conclude (quasi) con le stesse parole: “Saltate nell’orinatoio in cerca d’oro. Io sono vivo e voi siete morti”. Cosa ancora più importante, quella frase è il titolo della biografia di Dick scritta da Emmanuel Carrère (Je suis vivant et vous êtes morts), il più talentuoso autore di non-fiction francese, di cui de Majo ha parlato spesso. Proprio come Carrère, de Majo ci racconta “vite che non sono la sua” – anche se mentre scrivo queste parole non sono più tanto convinto che ciò sia vero. Ma andiamo per ordine.

Il romanzo d’esordio di de Majo è narrato in prima persona da un tale, Massimiliano Scotti Scalfato, dalla prosa pomposa e magniloquente quanto il suo nome. Si presenta egli stesso come “il biografo”, il “filologo molecolare” che, seguendo pedissequamente le indicazioni del suo nume tutelare, il critico anglo-polacco Walter T. Pasernach, racconterà al lettore (che di volta in volta è “paziente”, “attento”, “curioso” e così via) le gesta di D.D.

“Fin da giovanissimo la mia unica grande aspirazione è stata nutrirmi delle vite degli altri (…) Lo confesso: sono sempre stato interessato più agli altri che a me stesso, e dunque il campo di cui mi occupo è precisamente quello in cui posso mettere a frutto questa predisposizione”

D.D. invece è “l’impostore” del titolo, dalla doppia iniziale identica, come i supereroi Marvel (o come Dylan Dog). Eroe D.D. lo è davvero, almeno per il suo scriteriato biografo, il suo “migliore amico”, che ci tiene a mostrarcelo subito come un enfant prodige, un genio precoce e – manco a dirlo – incompreso. Morto a 32 anni per un cancro diagnosticato come curabilissimo, D.D. è uno “scrittore nato” che in realtà ha scritto pochissimo: strane cartoline spedite al suo amico Massimiliano, perfide lettere di dimissioni da questo o quel lavoro, qualche pagina di un quaderno durante la degenza in ospedale, un racconto incluso in una raccolta di giovani autori e un romanzo fantasma, che nessuno (forse) ha mai visto.

È nella polifonia dei generi, nell’analisi della “produzione” di D.D. ad opera del pedante Scotti Scalfato, che risiede l’originalità del romanzo. Ma non mi voglio dilungare su questo. Intanto, perché si tratta di un’originalità relativa; nella bandella del libro si citano già precedenti illustri di meta narrazioni di questo tipo: Borges, Nabokov, Bolaño, Wallace. Soprattutto il primo, direi. La storia di MSS, che racconta la vita di D.D. che, a sua volta, nell’unico suo racconto pubblicato, narra la vita (e la morte) fittizia di MSS, mi ha ricordato moltissimo Le rovine circolari, uno dei racconti più belli di Borges (lo trovate in Finzioni, Einaudi). Ma anche Il miracolo segreto, dove uno scrittore, condannato a morte, prega perché l’istante prima della fucilazione duri un anno, per permettergli di finire un poema (e Dio, o chi per lui, lo accontenta).

A qualcuno, invece, è venuto in mente il Flaubert di Bouvard e Pécuchet. O La vera vita di Sebastian Knight di Nabokov. Sì, no, forse. Ci saranno sicuramente queste e altre influenze.

Personalmente ho pensato anche a Mordecai Richler, un autore che non so se de Majo abbia letto, o che comunque non credo abbia influenzato direttamente il suo lavoro. Ad esempio, le insopportabili note a piè di pagina di Scotti Scalfato, a commento del racconto di D.D., mi hanno ricordato quelle, altrettanto puntigliose e irritanti, di Michael Panofsky nella Versione di Barney. Ma ho ritrovato anche l’ossessione del biografo per il suo soggetto (de Majo dice che Scotti Scalfato è una specie di stalker, ma non lo è forse ogni biografo che si rispetti?), la distorsione generata dalla sua prospettiva, il bias che entra prepotentemente nella vicenda narrata e diventa parte integrante della narrazione, come nelle biografie di A. J. A. Symmons o di Carrère.

L’altro motivo per il quale non mi dilungo sulla questione originalità, è che cercando in giro informazioni sul libro ho trovato il giudizio impietoso di uno scrittore, napoletano anche lui e coetaneo del nostro (come scriverebbe Massimiliano Scotti Scalfato, Cristo di Dio che rabbia):

Sembra incredibile, ma riaprendo a distanza di anni  la cartellina che contiene la rassegna stampa dei libri che ho pubblicato e delle antologie a cui ho partecipato, dopo aver riletto una buona parte degli articoli, mi sono reso conto che  il pezzo di Giglioli (una semi-stroncatura, Ndr) non mi dava più fastidio, mentre mi sono sentito molto imbarazzato nel leggere i pezzi più elogiativi ed entusiastici. L’imbarazzo di chi ha preso per il culo qualcuno e poi se ne vergogna. Anzi, non è incredibile, perché oggi, mi provo vergogna al pensiero che quei libri possano ancora essere letti. Io stesso non ho mai avuto il coraggio di riaprirli. E so perfettamente, anche senza averli riaperti, da che genere di problemi sono afflitti. Problemi di ingombranti influenze non ancora assorbite soprattutto. Scorro mentalmente le pagine che ho scritto e tutto mi sembra troppo uguale a qualcos’altro che c’era già. E dire che sono stato definito un autore “tra i più originali”. Arrivo a chiedermi, ripensando a un certo passaggio, a una certa scelta strutturale o stilistica, quale fortunata coincidenza ha fatto sì che quei libri e quei racconti abbiano prodotto altri libri, altri racconti, addirittura collaborazioni pagate. Penso al mio nome scritto su quelle copertine e provo il desiderio impossibile da realizzare di aggiungere tra parentesi: (Non proprio lui).

Come avrete capito, quello scrittore è lo stesso Cristiano de Majo. Più o meno. Motivo per il quale ho ancora più voglia di leggere il suo nuovo libro.

Quello sì, scritto proprio da lui, e non da quella chiavica di Massimiliano Scotti Scalfato.

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Alla ricerca di Solomon Gursky

Antefatto.

Nove mesi. Ci ho messo nove mesi a leggere Joshua allora e oggi. Un parto, praticamente. Per chi non lo sapesse, parlo dell’ultimo romanzo di Mordecai Richler edito in italiano (da Adelphi) e pubblicato originariamente nel lontano 1980. Chiariamoci: non ci ho messo tanto a leggerlo perché non mi piaceva; anzi. Mi piaceva talmente tanto che l’ho rateizzato, parcellizzato, centellinato fino all’esasperazione. Ci sono stati mesi interi in cui non andavo oltre una pagina al giorno, una violenza senza limite. Ma ne è valsa la pena. Ancora scottato dalla febbre di Joshua Shapiro mi sono fiondato in libreria alla ricerca di un altro suo romanzo, del tutto determinato a fargli fare la stessa (brutta) fine. La buona notizia è che non ci sono riuscito (l’ho divorato nel giro di un paio di settimane). La cattiva è che, per esorcizzare l’incantesimo lanciatomi dal negromante ebreo, ho voluto saperne di più…

 “Era il 1983. Autunno: la stagione delle pernici ubriache fradice per aver becchettato le mele selvatiche cadute e fermentate. Una di esse svegliò Moses Berger andando a sbattere contro la finestra della camera da letto e scivolando sull’erba. In risposta al richiamo fraterno di un altro alcolizzato nei guai, Moses si tirò su i pantaloni e si precipitò fuori. Aveva compiuto cinquantadue anni qualche mese prima e non era ancora angustiato dalla pancia. Non che facesse esercizio; piuttosto, mangiava con parsimonia. Non era bello, nemmeno in maniera non convenzionale, come aveva sperato un tempo. Era un uomo riservato, di altezza media, con capelli castani sempre più radi e sempre più grigi e grandi occhi castani lievemente sporgenti cerchiati di borse violacee. Naso bulboso, labbra grosse. Ma anche adesso alcune donne sembravano trovare la sua bruttezza fisica – come si era rassegnato a considerarla – stranamente interessante. Non attraente: semmai, un problema da risolvere.
La pernice non si era rotta il collo. Era solo stordita. Sbatté le ali e prese il volo, sfiorando quasi la legnaia. Senza dubbio stava giurando a se stessa di tenersi alla larga per sempre dalle mele selvatiche fermentate.
La speranza è l’ultima a morire.”

Mordecai Richler nel 1980

Mordecai Richler nel 1980

Pubblicato nel 1989, Solomon Gursky è stato qui è il penultimo romanzo di Mordecai Richler, che ha dichiarato di averci sgobbato su più di sette anni. E si vede. Come altre opere di Richler, è un romanzo dall’architettura complessa: narrato in terza persona, procede in maniera irregolare, saltando impunemente da un anno all’altro, alternando analessi e prolessi (flashback e flashforward, se preferite), con una costruzione simile – “postmoderna”, per dire una brutta parola – a quella di Joshua allora e oggi. La differenza (sostanziale) è che, se nei suoi libri precedenti Richler illustrava fatti e misfatti di un singolo personaggio (che si chiami Duddy Kravitz, Joshua Shapiro o Barney Panofski), un antieroe ebraico alla maniera di Saul Bellow e Philip Roth, qui la narrazione si allarga a dismisura, raccontando ascesa e caduta di una grande famiglia, “due secoli, due sponde dell’Atlantico e cinque generazioni di una dinastia ebraica in cui tutto è smisurato”. Una specie di Cent’anni di solitudine in salsa yiddish.

Certo, c’è Solomon Gursky, da cui il titolo. Ma dire che “c’è” sarebbe inesatto. Solomon non è qui. È morto da quasi cinquant’anni, quando la narrazione comincia. E nonostante quest’assenza, il fantasma di Solomon attraversa tutto il romanzo, tormentando ogni personaggio, intromettendosi nei loro affari, provocandone gli eventi, “facendo scherzi al mondo e alle sue creature”, come un uccello dispettoso, come una gazza ladra. O piuttosto un corvo, il corvo che è anche il simbolo della famiglia Gursky e campeggia nell’edizione originale: “Un grosso, minaccioso uccello nero, del quale in passato mai si era visto l’eguale”, che vola sopra il cielo della cittadina di Magog, in Quebec, diretto verso ovest, verso una regione dal nome bizzarro: il Saskatchewan. Qui, negli anni ’30, una famiglia di piccoli delinquenti di religione ebraica ha trovato fortuna commerciando in alcolici.

“I Gursky sono un prodotto della mia fantasia, ma non ho inventato tutto quello che c’è in Solomon Gursky è stato qui”, scrive Richler in una nota alla fine del romanzo. “Prodotto di fantasia? Oh, please”, gli ribatte Leo Kolber nelle sue memorie. Ex senatore del Partito Liberale, Kolber è stato per anni il braccio destro di uno degli uomini più potenti del Canada: Samuel Bronfman, uomo d’affari, magnate, filantropo. E contrabbandiere. Insieme ai suoi tre fratelli, Allan, Abraham e Harry, costruì un impero: nel 1928 comprò la Seagram Distillery, facendola diventare in breve tempo la più grande compagnia di distillazione al mondo, con sede a Montreal.

Samuel Bronfman (e un corvo?)

Samuel Bronfman (e un corvo?)

Una storia, quella di Mr Sam, sorprendentemente simile a quella di Bernard Gursky, il magnate dei liquori ritratto nel romanzo. Sam e Bernie. “Mi domando perché si sia dato la pena di cambiare i nomi”, continua Kolber, che nella penna di Richler diventa Harvey Schwartz (anche detto “nano di merda”).

“C’è stato un tempo in cui Mordecai e io ci tenevamo in grande considerazione reciproca, ma poi lui usò per uno show televisivo una confidenza che gli avevo fatto riguardo la morte di Sam Bronfman, e questo fece finire la nostra amicizia”, scrive Kolber. E non solo per lo show. Verso la fine del romanzo, Richler descrive le ultime ore del contrabbandiere: il rabbino che recita l’orazione funebre al funerale di Mr Bernie afferma che quest’ultimo, in punto di morte, abbia implorato la misericordia divina.

“Ma Mr Morrie, che era presente, aveva raccontato a Moses cos’era successo in realtà al capezzale del fratello…

Sul punto di spegnersi e con gli occhi sempre più annebbiati, Mr Bernard si era ridestato sbattendo le palpebre nel vedere [sua moglie] Libby che gli prendeva la mano ossuta e cerea e se la portava alla guancia incipriata. Poi Libby si era messa a cantare… Mr Bernard aveva tentato di graffiarla a sangue, ma non ne aveva più la forza. «No, no» fu tutto quello che riuscì a dire.

«Bernie, Bernie,» singhiozzò Libby «credi in Dio»

«Come puoi dire stronzate simili in un momento come questo?»

«Non sono stronzate, tesoro»

« Non sono stronzate, dice lei. Ma non capisci. Non capisci proprio niente? Se Dio esiste, io sono fottuto».

E poi, gli aveva raccontato Mr Morrie, era morto.”

Libby è l’alter-ego di Saidye Bronfman, vedova di Mr Sam e grande matriarca della famiglia, scomparsa nel 1995 alla veneranda età di 98 anni. Richler la incontrò nel 1974, alla prima della trasposizione cinematografica del suo romanzo, L’apprendistato di Duddy Kravitz. “Ne ha fatta di strada, per essere un ragazzino di St. Urbain Street”. “Ne ha fatta di strada, per essere la moglie di un contrabbandiere di liquori”, gli rispose senza scomporsi Mordecai. Mr Sam morì nel 1971, proprio come Mr Bernie nel romanzo. Solomon, invece – ispirato in parte ad Harry Bronfman – era scomparso molto tempo prima, nel 1934, nell’esplosione del suo aereo personale, un Gipsy Moth nero.

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Il 1934 è, guarda caso, l’anno dell’uscita di un libro che Richler conosceva bene: The quest for Corvo di A.J.A. Symons, “un esperimento autobiografico” sulla vita di Frederick Rolfe, alias Baron Corvo; artista, scrittore, fotografo, prete spretato, pederasta e impostore, morto a Venezia nel 1913. La figura di Moses Berger, il ricercatore ossessionato dal destino di Solomon Gursky che ricorda tanto (fisicamente, ma non solo) lo stesso Mordecai Richler, è una sorta di affettuoso omaggio a Symons. Al di là della simbologia del corvo  – che Richler trafuga dallo scrittore inglese, integrandola con le leggende sacre degli Inuit – Berger e Symons condividono lo stesso destino: sono rimasti entrambi stregati dal fascino di un uomo straordinario, dai mille talenti e dalle mille contraddizioni.

Da Favola di Venezia di Hugo Pratt

Da Favola di Venezia di Hugo Pratt

Giocatore d’azzardo e bandito, musicista e puttaniere, lord inglese e soldato di ventura, agente segreto ed esploratore, Solomon Gursky è ovunque e da nessuna parte. Si mormora che ci fosse lui dietro al complotto per uccidere Hitler con una bomba nascosta da Lord Von Stauffenberg nella Tana del Lupo, nell’estate del 1944. O che fosse presente, al momento della fondazione dello stato d’Israele, e che abbia “dato una mano” (come pure durante il raid per la liberazione degli ostaggi israeliani all’aeroporto di Entebbe, nel 1976). E l’ultima telefonata fatta dalla camera da letto di Marilyn Monroe, prima che venisse trovata morta nel suo appartamento in Helena Drive, il 5 agosto 1962?  E i nastri che incastrarono il Presidente Nixon, durante lo scandalo Watergate? Impossibile dire dove finisca la realtà e inizi la finzione. E lo stesso si può dire di questo incredibile romanzo.

Nel 1989, durante una lettura di presentazione alla Montreal Jewish Public Library, un giornalista chiese all’autore se la famiglia Gursky fosse “ispirata” ai Bronfman. “Non farò in modo che sette anni del mio lavoro vengano ridotti a qualche gossip”. Richler ha senza dubbio più di un debito con The Bronfman Dynasty di Peter Newman, con The quest for Corvo o con le testimonianze della spedizione Franklin del 1845, che vengono citate apertamente nei ringraziamenti. Ma Solomon Gursky è stato qui è un’opera di finzione, per cui ogni riferimento a fatti o persone reali, come si dice, è puro bla bla bla. Solomon Gursky è stato qui è un romanzo (e che romanzo). Uno dei migliori che abbia letto negli ultimi anni.

PS: A proposito di persone realmente esistite. Il mese scorso un gruppo di scienziati ha annunciato di aver ritrovato il relitto di uno dei due galeoni della spedizione capitanata da Sir John Franklin e dispersa nel Mar Glaciale Artico nel 1846. Non si sa ancora se si tratti del Terror o dell’Erebus. Su quest’ultima nave, secondo quanto si racconta, si era imbarcato clandestinamente un giovane ladruncolo ebreo di nome Ephraim Gursky, in seguito ribattezzato Tulugaq, che in eschimese significa corvo. Chissà cosa ne avrebbe scritto Mordecai Richler.

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LEVIATANO DI PAUL AUSTER È UN LIBRO CHE FA FARE COSE

Domenica scorsa volevo andare a trovare la mia amica S., che abita a una ventina di minuti da casa mia, ma tutte le volte che mi decidevo a uscire – cosa che di domenica richiede più forza di volontà del solito –, cominciava a piovere. La prima volta è venuto giù un vero e proprio acquazzone, con l’acqua che batteva forte sui tetti di zinco e faceva suonare le grondaie. Poi, dopo pochi minuti di scrosci violenti, era uscito improvvisamente il sole. Al terzo diluvio ho rinunciato completamente all’idea di mettere il naso fuori. Ho pensato che fosse una buona occasione per leggere un romanzo che avevo comprato qualche tempo fa: Leviatano.

“Sei giorni fa un uomo si è fatto saltare in aria sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord”. Ero andato in libreria per ritirare Rumore bianco di Don DeLillo, e subito dopo averlo preso dallo scaffale mi ero imbattuto in questo romanzo di Paul Auster, che parte con un incipit fulminante. Ero stato attirato dal titolo, e il fatto che iniziasse così bene mi sembrava il frutto di un’ottima coincidenza, così l’avevo imbarcato. Ho cominciato a leggerlo giovedì o venerdì e l’ho finito domenica, appunto.

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Si tratta della biografia fittizia di uno scrittore, Benjamin Sachs, narrata dal suo migliore amico, il romanziere Peter Aaron. Come il lettore scopre già alla terza pagina è lui, Ben Sachs, l’uomo che si è fatto saltare in aria sul ciglio di una strada in Wisconsin. Cosa ci facesse e come sia arrivato là è l’argomento delle 285 pagine del romanzo.

“La vita di ciascuno è in totale balìa del caso”, recita una frase minuscola scritta in testa all’edizione tascabile. Non è una citazione diretta di Auster; direi che si tratta della “fascetta” scelta da Einaudi, solo che è stampata sulla copertina (e viene ripetuta alla fine della trama, nella quarta) sicché ce la si trova davanti ogni volta che si chiude il libro.

È vero, l’intreccio è dato dal dispiegarsi di una serie di coincidenze, un susseguirsi di casi fortuiti – “chance”, nell’originale inglese – che si abbattono sui due protagonisti. Imprevedibili e stupefacenti, le coincidenze sono la legge di gravità del libro. Per questo e altri motivi, Leviatano è un romanzo che, sulla carta, potrebbe essere bellissimo, ma non mi ha convinto. Non mi ha convinto per niente. Tanto per fare un esempio, a un certo punto la descrizione del romanzo di Sachs, Il nuovo colosso, mi ha fatto pensare che avrei preferito leggere quel libro, quel libro che non esiste, anziché quello che stavo leggendo.

Credo dipenda anche dal fatto che Leviatano è un romanzo del tutto privo di ironia. Il narratore a un certo punto dice “non sono un tipo gioviale”. Temo che lo stesso si possa dire di Paul Auster, o quantomeno della sua narrativa. Ho letto oggettivamente molto poco di suo per poter dare un giudizio del genere, ma questo è tutto sommato un libro denso, dove accadono un sacco di cose, e mi sono detto che se Auster è in grado di far ridere (o quantomeno sorridere) ha avuto a disposizione centinaia di occasioni. E se non ne ha colto – o non ha potuto cogliere – nemmeno una, un motivo ci sarà.

La storia personale del narratore, Peter Aaron (PA, come Paul Auster), ricorda da vicino la vita dell’autore. La vicenda di Sachs invece, che da scrittore diventa bombarolo, ha dei tratti in comune con quella di Ted Kaczynski, alias “unabomber”, l’attentatore dinamitardo che ha terrorizzato gli Stati Uniti dal 1978 al 1996, quando venne arrestato e condannato all’ergastolo. Kaczynski – catturato quattro anni dopo la pubblicazione del romanzo di Auster, che è del ‘92 – non si è fatto saltare in aria come Sachs, ma in compenso ha fatto saltare in aria un bel po’ di persone. Ne ha uccise tre e ne ha ferite almeno altre ventitré. Allo stesso modo di Kaczynski (che era un matematico) Sachs è un intellettuale di sinistra che, poco a poco, si politicizza, avvicinandosi all’anarchismo; con la differenza sostanziale che “unabomber” era un anarco-primitivista e un ambientalista radicale che ha scritto un manifesto di 35mila parole per illustrare le sue azioni, mentre i motivi per i quali Sachs colpisce i suoi obiettivi non sono per niente chiari, e Auster li liquida in appena qualche riga.

Domenica ho letto Leviatano, ma ho fatto un sacco di altre cose, mentre lo leggevo: ho spruzzato del protettivo impermeabilizzante sulle mie scarpe, un prodotto che non sapevo neppure esistesse, finché non l’ho trovato nel mobile sotto il lavandino; ho cucinato un’anatra all’arancia; ho scoperto che esiste una seconda fila di libri nella biblioteca del mio padrone di casa; ho fatto una foto all’anatra all’arancia (foto che ho mandato a S., scusandomi per non essere più andato a casa sua); ho ucciso una mosca con un colpo di pantofola; ho guardato un film porno; ho raccolto una formica con la copertina di un’Einaudi bianca e l’ho guardata camminare tranquilla tra la strofe di una poesia.

Rumore bianco di DeLillo era poggiato sopra il divano. Mi fissava. Non ha smesso di fissarmi per tutto il tempo che ho letto Auster, che ha dedicato questo libro proprio a DeLillo. E mentre Rumore bianco mi fissava, mi chiedevo: ma DeLillo come avrà preso quella dedica? Gli avrà fatto piacere? O avrà sorriso imbarazzato, borbottando qualcosa tipo “grazie mille Paul, proprio non dovevi dedicarmi quel libro“. L’avrà letto, Leviatano? O si sarà fermato anche lui a giocare con anatre e formiche? Probabilmente no, perché Auster e DeLillo sono ottimi amici. Quest’ultimo gli ha dedicato Cosmopolis, nel 2003, e qualche anno fa sono stati protagonisti di una conferenza organizzata dalla rivista Granta, dalla quale si capiva che si stimavano e volevano bene. Forse Auster stima un po’ di più DeLillo che non viceversa, ma alla fine che importa? Vanno alle partite di baseball assieme.

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Da sinistra: DeLillo, Auster e due librai della Gotham Book Mart allo Yankee Stadium nel 2007

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True Detective mi ha sverginato

Ratatatata. Eh beh.

Ratatatata!

Io non guardo serie tv. Chi mi conosce lo sa. “Ma come, neanche Breaking Bad/Game Of Thrones/The Wire?!” Nope. Ho sviluppato una mia personale teoria in merito. Credo c’entrino diversi fattori.

Partiamo da lontano, dagli anni ’90, l’età d’oro dei “telefilm” (vi ricordate quando si chiamavano ancora così?). All’epoca possedevo una televisione. Più di una, a dire il vero. Sicché era facile imbattersi in un telefilm, soprattutto ad orari regolari (pranzo, cena). È il motivo per il quale ho visto tutte le puntate di Friends, buona parte di Dawson’s Creek, una manciata di Beverly Hills e una spruzzatina di Buffy. Tutta colpa della televisione. Ho visto anche Ally McBeal e Sex and the City, ma per quello la colpa è di mia madre.

Oggi non possiedo una tv. Non capita che, mentre mangio, passino How I Met Your Mother o The Big Bang Theory. Per vedere quelle serie ho bisogno del mio pc. Devo cercarle, connettermi a un sito che le trasmetta in streaming gratuitamente o, in alternativa, scaricarle. E, detto tra di noi, non ho cazzi di farlo. Richiede uno sforzo del tutto sproporzionato rispetto al risultato. Chiamatelo snobismo, se volete, ma puntualmente, quando mi dico che potrei iniziare una serie, finisce che mi guardo un film. Perché passare mezz’ora davanti a un prodotto tutto sommato mediocre, quando posso spendere due ore dinanzi a una opera d’arte? E se anche non fosse un’opera d’arte, ma l’ultimo film scritto e diretto da Sylvester Stallone, dopo un’ora e mezza finisce lì. Non sei costretto a ingollare altri ventotto episodi.

Ecco, altro fattore che mi scoraggia terribilmente: la durata delle serie tv. Decine di stagioni, centinaia di episodi, ore e ore da passare davanti a uno schermo da 13 pollici. D’accordo, non è tempo propriamente sprecato, ma quel tempo avreste potuto impiegarlo a guardare, che so, l’intera filmografia di Tarkovskij, i classici del neorealismo italiano, tutti i film di Van Damme. È quello che penso ogni volta che un amico cerca di costringermi a vedere la-serie-migliore-del-mondo. Sto sprecando tempo e diottrie che avrei potuto impiegare diversamente, mi dico. E, sistematicamente, finisco per aver ragione. I dialoghi abbozzati, una regia penosa (o peggio, inesistente), gli attori cani e la fotografia imbarazzante, fredda come quella di un telefilm tedesco degli anni ’80, sono lì a confermarlo. Qui parlavo di Squadra Speciale Cobra 11, ma non è che Prison Break fosse meglio. Per un amante del cinema (non “cinefilo”, che è una brutta parola), tutto ciò è l’equivalente di una tortura coreana. Certo, ci sono le eccezioni. Serie tv con grandi attori, grandi produzioni e grandi registi dietro. Ma anche in quel caso perdonatemi, il risultato finale non si avvicina neanche lontanamente al grande cinema. Giusto, no? No.

Il 12 gennaio la rete televisiva americana HBO ha deciso di giocarmi un brutto scherzo, facendo esplodere molte delle certezze accennate qui sopra. Come? Mandando in onda la prima puntata di una serie chiamata True Detective, diretta dal regista Cary Joji Fukunaga e interpretata da Woody Harrelson e Matthew McConaughey. Boom.

Ciao ciao.

Doppio Boom.

“Chi ha ucciso Dora Lange?”

La storia è semplice: due detective della polizia di stato della Louisiana sono sulle tracce di un assassino rituale (“succederà di nuovo. O è già successo”). Il primo, Rustin Cohle (McConaughey) è un investigatore formidabile, ma anche un nichilista inveterato, capace di tirare fuori frasi alla Nietzsche (o alla Cioran) nei contesti meno opportuni. L’altro, Martin Hart (Harrelson), è un family man che ama scopare fuori dal matrimonio, nonostante sia sposato con Michelle Monaghan. Ma vabbè.

Più che nella storia in sé, la forza di TD sta in quell’ineffabile insieme di eventi che contribuiscono a creare un’atmosfera. Per essere chiaro e conciso, enumererò i meriti di TD utilizzando l’escamotage cattolico-pop espresso ne Il Santo con Val Kilmer.

Miracolo numero uno: una serie intera diretta da un solo regista. Breve, compatta, densissima. Nemmeno Lynch era riuscito a farcela (il che spiega perché ho visto tutta la prima serie di Twin Peaks, mentre alla metà della seconda le mie gonadi sono esplose come due granate a frammentazione). Cary Fukunaga, dopo aver girato una trasposizione di Jane Eyre, si toglie il suo bel panciotto di tweed vittoriano e tira fuori l’artiglieria pesante (spoiler: i 6 minuti di piano sequenza alla fine della quarta puntata bastano a giustificare le 8 ore di visione complessive).

Miracolo numero due: non un solo grande attore (fate ciao ciao, Boardwalk Empire e House of Cards), ma DUE al prezzo di uno. Il neo-premio oscar McConaughey, all’apice della sua rinascita spiritual-artistica, e il veterano Harrelson, che spacca lo schermo a mascellate dai tempi di Natural Born Killers.

Miracolo numero tre (e quattro, ops): la splendida fotografia di Adam Arkapaw, che ci regala tutte le sfumature di verde dei bayou della Louisiana, in combo con le musiche di T Bone Burnett, già chitarrista nella band di Bob Dylan e compositore per i migliori film dei fratelli Coen. La sigla, 007 style, basta per far capire cosa abbiamo di fronte

I tre miracoli e mezzo sono sufficienti per chiedere la beatificazione? A mio modesto avviso, sì. Questo perché, a detta di tanti, TD non è “la solita serie televisiva americana”. Attenzione, non che debba esser per forza la migliore in assoluto. L’ultimo episodio, ad esempio, ha incrinato il coro unanime di approvazione che si era levato con le prime puntate, costringendo anche alcuni dei critici più entusiasti a fare retromarcia. Colpa – in primis – del “finale” (o [“finali”], come dicono gli americani), che ha deluso molte persone. Senza entrare nel merito, e soprattutto senza voler fare spoiler mortali, le accuse più dure sono state rivolte allo sceneggiatore, lo scrittore Nick Pizzolatto.

L’hype estremo creatosi attorno alla serie (tanto alto da far crashare i server della HBO durante l’ultima puntata, il 9 marzo scorso) non ha sicuramente giovato. “C’è chi non sarebbe soddisfatto da nessun finale, a meno che Rust Cohle non salti fuori dalle loro TV, in mezzo al loro salotto, cominciando a sparargli in mezzo ai piedi”, ha detto Pizzolatto con una certa dose di ironia, intervistato da Buzzfeed.

L’autore non ha tutti i torti, ma c’è da dire che la sceneggiatura è probabilmente l’anello debole dello show. Che resta comunque girato da Dio, recitato come Cristo comanda e musicato con cori angelici di diabolico fascino. Merito di quella santissima Trinità composta da Fukunaga/Harrelson/McConaughey. Avercene tutti i giorni, di telefilm così. Potrei persino decidere di comprarmi un televisore.

Amen.

Amen.

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I am Street Fighter, il documentario per i 25 anni del picchiaduro Capcom

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Si intitola I am Street Fighter ed è il documentario creato appositamente dalla Capcom, la nota software house giapponese, per i 25 anni del picchiaduro più famoso di sempre (non prendetevela, fan di Mortal Kombat).

Era il 1987 (un anno bello, io venivo al mondo, al cinema uscivano Arma Letale e Trappola di Cristallo, alla radio passavano “Joshua Tree” degli U2) e la sovraccitata casa di produzione, già nota come Japan Capsule Computers, lanciava un videogame destinato a cambiare le sorti di milioni di ludopatici in tutto il mondo.
Il gioco in questione apparteneva al genere dei “Beat ‘em up” (letteralmente “menali tutti”, giuro), tipologia action nella quale il personaggio principale massacrava di botte una valanga di nemici mezzeseghe in un quadro a scorrimento orizzontale, a 2 o 3 dimensioni, fino al boss del livello, notoriamente più forte e più cattivo; nello slang del cortile di casa mia veniva chiamato proprio così: “Il Cattivo”.
Ma a differenza di altri picchiatutto, come il primordiale Kung Fu Master o RenegadeSTREET FIGHTER (in maiuscolo, grassetto e corsivo), prodotto della mente di Takashi Nishiyama e Hiroshi Matsumoto, introduceva una serie di novità destinate a cambiare per sempre il mondo degli Arcade.
Innanzitutto il joystick, una pallina (rossa o gialla e profumata di violenza, nella mia memoria sovraeccitabile di bambino) con accanto 6 tasti disposti in due file da 3. Fu appunto Street Fighter, il primo glorioso videogame di combattimento della Capcom, a donarlo ai bar di tutto il globo.
Altra monumentale novità: le mosse speciali. Una combinazione di tasti che permetteva – per la prima volta nella storia dei videogiochi – di riempire di botte gli avversari con stile, utilizzando le proprie dita per uno scopo preciso, senza pigiare a casaccio sulla console (ce l’ho con voi, ragazze che giocano alla Playstation). Il che, ça va sans dire, aumentava in maniera esponenziale il fomento di giocatori e spettatori. Tekken vi dice niente? Bene, dovete ringraziare Street Fighter. Niente Ryu, niente Lei Wulong.
Alcune di quelle mosse, “Hadōken!” “Shoryūken!”, sono entrate nel vocabolario popolare. Le potete sentir ripetere in maniera ossessivo-compulsiva dai nerd intervistati all’inizio del documentario.
Ma la Capcom non si fermò lì. Quattro anni dopo, nel 1991, venne alla luce IL capolavoro: Street Fighter II: The World Warrior. Dopo aver regalato all’umanità le mosse speciali, i nipponici decisero di strafare e ci consegnarono le COMBO, i personaggi multipli, i livelli bonus e altre cosette che diventeranno legge.
SFII resta tuttora il gioco più venduto della Capcom, oltre ad esser entrato nel Guinness dei primati come “First Fighting Game to Use Combos”, “Most Cloned Fighting Game” e “Biggest-Selling Coin-Operated Fighting Game”. In breve, uno dei videogiochi migliori della storia. Amen.
Anzi, SHORYUKEN!

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E’ l’internet, bellezza. Impressioni a caldo su di un game changer epocale

Lucia Annunziata, intenta a farsi spiegare l’uso di Internet Explorer 9 e Outlook Express
“Anvedi un bo'”

huffingtonpost.it è il calco dell’Huff Post in lingua italiana, com’è giusto che sia. Verde al posto del rosso per il titolo. Forse il Cavaliere l’avrebbe presa male. Apertura tutta per Lui: “Io, Silvio”. Il nuovo che avanza, insomma. “Intervista di Berlusconi all’Huffington Post”. Aspetta, non l’ho capita, è una sagace trovata o è Berlusconi che intervista l’HuffPost?

Colonna di sinistra, l’editoriale della Annunziata e subito sotto la presentazione di Fräulein Arianna Huffington in persona. “Benvenuti a  L’Huffington Post”. Va bene non pagare i blogger, ma pagare un traduttore era troppo?

“Da sempre, coltivo una profonda passione per il paese a forma di stivale e, da greca, mi sento in empatia con quest’altra terra mediterranea dove la gente ti offre sempre qualcosa da mangiare e dove nulla è mai puntuale.”

Ok, non farò nessuna battuta sull’orgia di luoghi comuni, altri l’hanno già fatto meglio di me.

Si passa all’attesissimo primo editoriale dell’Annunziata:

“Questi duecento blogger (e intendiamo far crescere questo numero) sono uomini e donne di destra e di sinistra, religiosi e non, attivisti dei movimenti e intellettuali solitari, gente delle professioni, gente con orientamenti sessuali diversi,  leaders politici e operai che tengono con le unghie e con i denti il loro posto nelle fabbriche, personaggi conosciutissimi e perfetti sconosciuti, giovani che faticano a tirare avanti, e giovani che studiano in prestigiose università all’estero. C’è anche una suora.”

Una suora? Lucia, lo dico per te, il popolo del web™  è spietato, mai sentito parlare di un sito chiamato Spinoza? Sì, come il filoshofo.  

I blogger, pas mal: Ilaria Cucchi, Maurizio Landini (wow, giuro), GIULIO TREMONTI, una grillina, Catricalà, la Concia, Phastidio, Lele Rizzo (“Attivista NOTAV esponente Askatasuna”). Fermi tutti. Come, scusa? Uno dei fondatori dell’Askatasuna che scrive per l’Huffington Post, cioè per il Gruppo L’Espresso, cioè per De Benedetti, cioè per il Capitale, cioè per l’Impero, cioè per il Male Assoluto? Come ha sintetizzato bene Matteo Pascoletti, “ma venditi al potere, invece di regalarti!”. Non ci voglio credere. Aggiorno la pagina, la dicitura “esponente di Askatasuna” è scomparsa, sciolta come la neve della Val di Susa in agosto. Fiuu, ce l’hai fatta tovarish, ora che sei un attivista undercover sei salvo.

[In un attimo, affiora un doloroso ricordo. La scena: io che annuncio ai compagni dello squat in cui vivo che avrei fatto uno stage in un giornale online, un quotidiano di giornalismo partecipativo.”Ma proprio tu che adori Nizan, non provi la minima vergogna a farti sfruttare dai cani da guardia del potere?”. Per fortuna che non c’erano piccozze in giro. Ho visto la barra rossa fluttuante sopra la mia testa scolorirsi improvvisamente: sono passato in meno di un istante da “Stalinista” (leggevo un po’ troppo Lenin, ai tempi, la cosa era losca) a “Sosdem (“Social democratico”, praticamente l’anatema finale). Quando in quel giornale sono stato assunto, anni dopo, il marchio di Caino è stato definitivamente impresso nelle mie carni. Ancora oggi i rari camarades che mi rivolgono la parola lo fanno anteponendo appellativi ameni quali “traditore”, “servo” e “giornalista”.]

Clicco sull’apertura, quella che un collega definisce una “non intervista”. Autore, poi titolo, in un immenso bombatissimo bold:

Silvio Berlusconi: “Mario Monti condizionato dalla sinistra” e “troppo ligio alla Merkel”. “Germania stato egemone”. “Renata Polverini non ha fatto niente di immorale”

Davvero? Ma che roba è? Vorrebbe essere SEO? E meno male che il modello è l’HP USA dove notoriamente i titoli non devono dire troppo del contenuto di un articolo. Qualcuno avrà ordinato al miserabile di turno al desk: “Smarmella dentro tutto, TUTTO”.

Sorvoliamo sull’intervista, abbiate pietà, non ce la posso fare. Giusto per dovere di cronaca, la prima domanda è: “Allora Presidente Berlusconi, qual è la lezione del Lazio? Serve un rinnovamento del partito?”. Cioè tu hai Berlusconi davanti, “tonico” (sic!), “abbronzato”, “mentre sorseggia un tè”, e gli chiedi se serve un rinnovamento nel Pdl? Va beeene.

M’incuriosisce il blog di Tremonti. Titolo: “Il mio MANIFESTO”, svolgimento:

“Sto scrivendo un “MANIFESTO”. Oggi su questo blog ne posto l’anticipazione (grazie per l’occasione!).
Il testo integrale del “MANIFESTO” sarà postato il prossimo 6 di ottobre.
Domenica 7 ottobre mattina (diciamo dopo le 10) a RICCIONE (Palazzo dei Congressi, Viale Virgilio, 17) presenterò infatti il mio “MANIFESTO”.”

Ehi, ragazzi, lui sta scrivendo un MANIFESTO. Non so se è chiaro. Al di là dello “stile”, che Tremonti non fosse Philip Roth potevamo aspettarcelo, che riuscisse a scrivere peggio di Veltroni è piacevole emozione, ma santo iddio, chi gliel’ha passato sto testo? Sembra una poesia di Cendrars! Il grassetto è da galera, la formattazione da fucilazione: paragrafi slegati, frasi singole e poi via a capo senza separare i capoversi. Ma uniformare i blocchi era così duro? Forse effettivamente toccava leggerlo, il pezzo, per formattarlo a dovere. Too much manifesto will kill you.

Immancabile la bacheca destra, infotainemente vostra, figlia bastarda della mamma Repubblica, il che mi ricorda tanto la scena finale di Alien-La clonazione:

  • Perché il far nulla è la chiave della felicità
  • Marte è sulla Terra, i luoghi più simili al pianeta rosso (FOTO)
  • Addio Barbie, ecco il kit per “bambine-ingegnere” (VIDEO)
  • Quanto sei bella Roma (FOTO)

Quest’ultima è la mia preferita. Sospetto l’abbia scritta l’Annunziata stessa. Così, per provare il brivido di usare una tastiera.

Il box centrale è dedicato alle dimissioni della Polverini, arrivate in serata. Anche se prevedibilissime, devono esser state uno scazzo notevole per la redazione già pronta al decollo sul uebbe. Ecco come hanno risolto l’ultim’ora:

“La rete non perdona, non dimentica: #arenata è l’hashtag – centratissimo – che il popolo di twitter ha dedicato alle dimissioni di Renata Polverini”

Sì, “la rete”. “Il popolo di twitterrr”. Così, tanto per far vedere a tutti quanto “game changer” sarà sto benedetto Huff Post.it. Già, “game changer”. Un po’ quello che  Duke Nukem Forever è stato per il mondo dei videogiochi.

Come direbbe qualcuno: “Lurk moar, Arianna”.

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Il Cavaliere Oscuro ritorna. E spacca tutto

Non ti è piaciuto il Cavaliere Oscuro? SBAM! POW! KAPOW!

E alla fine si scopre che Bane era doppiato da Filippo Timi. Con tutto quel lavoro di postproduzione giuro che non me n’ero accorto. La voce del cattivo mascherato è più alta di non so quanti toni rispetto a quella degli altri attori e, purtroppo, nel doppiaggio italiano perde il perfetto accento british upper class che Nolan e Hardy hanno scelto di dare al personaggio, cosicché quando parla per la prima volta, nella scena dell’aereo, per un attimo ti chiedi “che è? Chi ha parlato? Nonno, sei tu?”. Ed è proprio su Bane, il gigantesco cattivo portato sullo schermo dal pompatissimo (ed inglesissimo) Hardy, che si sono concentrate le critiche più dure.

PERCHÉ COSÌ SERIO?

Io capisco che il Joker di Ledger sia rimasto nel cuoricino a tanti, ma non bisogna essere Umberto Eco per capire che un folle “assoluto” e rinomato come Joker era infinitamente più caratterizzabile di un cattivo misconosciuto e fraintendibile come Flagello-Bane. Senza nulla togliere alla magistrale interpretazione del compianto Heath Ledger, rendere temibile l’avversario di Batman, dopo la vetta raggiunta nel secondo film, era impresa assai ardua. Ma Nolan/Hardy se la sono portata a casa.

Per diventare Charles Bronson, il detenuto sciroccato filmato dal regista di Drive Nicolas Winding Refn, Hardy si era sottoposto ad un allenamento massacrante, con qualcosa come 2500 flessioni al giorno e la dieta invernale di Giuliano Ferrara. Un pompaggio che manco Bruce Wayne, appunto (“Che cosa le fa a fare tutte quelle flessioni se non sa neppure sollevare una trave?”).

Ora, per interpretare Flagello, Hardy è diventato ancora più grosso. Una montagna umana (sono quasi certo che in certe inquadrature lo abbiano anche reso più alto), che quando incontra Batman la prima volta lo sfarina a suon di cazzotti, oltre ad umiliarlo psicologicamente. A me ha fatto paura. Tanta. Quando solleva Christian Bale come se fosse un pupazzo di pezza e lo tiene in aria ti dici: “Ecco, è successo davvero. Lo ha mandato sulla sedia a rotelle come nel fumetto”. E la schiena gliela spezza davvero (soprattutto per me, che non so distinguere tra vertebre e spina dorsale) ma, cosa più importante, lo spinge a mettersi in discussione come mai prima d’ora. La morale di Rachel, i consigli di Alfred (un inarrivabile Michael Caine, insospettatamente amante del Fernet Branca), sono niente in confronto ai cartoni di Bane.

E malgrado reciti solo con gli occhi, le sopracciglia, ed una certa frenesia nelle dita, Hardy è eccezionale. Certo, il Bane di Nolan non è il genio del male del fumetto, dove assomiglia molto di più ad Edmond Dantès che non ad un Vin Diesel gigante strafatto di steroidi, ma siamo comunque ad anni luce di distanza dal criminale da due soldi trasformato nello schiavo senza cervello di Poison Ivy. Per tutta la durata del film Bane/Hardy è il male, il male assoluto (“il male necessario”, dice lui), degno del pianeta nero del Quinto Elemento o di quello stronzo di Ra in Stargate.

Si tratta del cattivo più terribile e spietato con il quale Batman abbia avuto a che fare. Se Ra’s al Ghul aveva l’onore, e Joker il caos, Bane al contrario sembra mosso solo dall’odio. Almeno fino al colpo di scena finale, certo. Bane è un personaggio dalle passioni assolute: l’odio per Batman, l’amore per Talia. Un amore intenso quanto quello di Bruce per Rachel. Ma la sua complessità non si scopre fino al finale, la maschera cade solo nell’ultimo combattimento (grazie alle legnate che gli rifila Batman redivivo, ma non solo), in una scena che, non so voi, ma a me ha stampato in faccia l’espressione del “MACHECAZZ”.

CARO, VECCHIO BRUCE

A Nolan è riuscita un’impresa narrativamente impossibile: invecchiare Batman. Ovvero rendere debole e fiacco un personaggio che per due film è stato totalmente invincibile, ai limiti del superomismo. Voglio dire, quando spunta Bruce Wayne col bastone ed il pizzetto caprino, all’inizio pensi si tratti di un bluff. Quando Selina Kyle gli fa uno sgambetto e lo fa rovinare di culo a terra tu credi che stia fingendo: “ora si alza e la pela, la bella gattina”. E invece no.

Bruce Wayne è vecchio ed ha il cuore a brandelli, oltre che le ossa frantumate. Sono passati 8 anni dalla morte di Rachel e dall’arresto di Joker, otto anni di pace durante i quali è stato sufficiente imporre una legge fascista (il decreto Dent) per sbattere nella prigione di Blackgate – una galera che ricorda molto Guantanamo – tutti i criminali di Gotham ed evitare così al cavaliere oscuro di continuare le sue scorribande notturne (dove sarebbe stato braccato dalla polizia che lo crede colpevole degli omicidi di DueFacce).

HYPE ALLE STELLE

Ma il più grande merito registico di Nolan è quello di polverizzare le aspettative. Anche le più esigenti, come nel mio caso. Le fa semplicemente a pezzi come la città onirica sognata da Di Caprio e Cotillard in Inception. Facendo gli scongiuri per una carriera che spero continui a lungo, in 12 anni Nolan non ne ha sbagliata una. L’old boy le azzecca tutte: sia che si tratti di film unici come The Prestige e Inception, o di un prodotto necessariamente standardizzato come Batman, spalmato su ben tre film. Roba che Night Shyamalan per l’invidiaccia è diventato verde come gli alieni di Signs.

“Hey you, I’m Batman”
“Yes Sir”

Ma allora per quale motivo un giornale autorevole come Libération è arrivato a definire “catastrofico” The Dark Knight Rises? Lasciamo da parte le tragedie – vere – come la strage di Denver, che col film hanno molto poco a che fare (e a tal proposito preferirei leggere più articoli su quanto negli USA sia ridicolmente facile procurarsi un arsenale degno di Commando, piuttosto che sulla “violenza” dell’uomo pipistrello, che ammazza 2 (due) persone in tre film. Risultato che manco il Ghandi di Ben Kingsley può vantare). Concentriamoci sulla pura cellulosa.

Hanno forse ragione quelli che criticano la complessità del film. Perché Batman è un film complesso. Se non vi sta bene, in qualche cinema dovrebbero passare ancora The Amazing Spiderman. 72 anni di storia e decine di generazioni di lettori assatanati hanno reso il fumetto un prodotto narrativo troppo denso per essere strizzato in un solo film. Troppo anche per una trilogia. Eppure Nolan è riuscito a resuscitare un eroe che due film (quelli di Joel Shumacher. Padre, perdonaci) rischiavano di far perdere per sempre in un tunnel rosa shocking fatto di bat-carte di credito, bat-pattini da ghiaccio e bat-tutine attillate con tanto di capezzoli turgidi in vista (solo per certe cose Shumacher andrebbe appeso per le palle sotto il Golden Gate). Forse l’unico caso, nella storia del cinema, di reboot cinematografico riuscito. Probabilmente Nolan è stato capace di rivoluzionare il personaggio più di quanto abbiano fatto negli anni novanta i fumetti di Frank Miller (ai quali il Cavaliere oscuro si ispira solo in parte).

L’intreccio narrativo orchestrato dai fratelli Nolan è perfetto. L’umanità di Bruce Wayne, che nei film di Tim Burton era affidata quasi esclusivamente alla sofferta, intensa interpretazione di Michael Keaton, qui è totale. L’epica di Batman incarnata nel volto rasato di Patrick Bateman alias John Connor aka Christian Bale, ma soprattutto nelle evoluzioni della sua psiche. Dal bildungsroman di Begins, alla maturità di The Dark Knight, fino alla “vecchiaia” di Rises, la curva drammaturgica è impeccabile: ascesa, trionfo e declino, come nella migliore epica classica.

Quello che Nolan, in definitiva, ha fatto in maniera lodevolissima è rendere credibili le parabole di un personaggio di per sé assai poco credibile. Stiamo comunque parlando di un miliardario che va in giro ammantellato in calzamaglia nera, con una maschera cornuta e un cinturone giallo pieno di aggeggi strambi. Personalmente non mi sono mai dovuto dire, a mo di mantra, “vabbè dai, alla fine è Batman”, come giustificazione a questa o quella scena (a parte quando guida la moto snodabile, ora che ci penso). La cura dei particolari, la sottigliezza dei dialoghi, la regia inarrivabile me l’hanno impedito. Questo cavaliere oscuro – l’hanno scritto in tanti – segna la fine del supereroe, e apre la strada a qualcosa di completamente diverso.  A tutti quelli che ne hanno criticato “l’inverosimile Batman di Christopher Nolan” (ma magari di nascosto hanno comprato il Blue-Ray di Avengers col pupazzetto di Iron Man in omaggio), rispondo: avercene sempre, di film così inverosimili! Ricordate, se nel 2012 non avete visto solo film brutti (John Carter, Battleship, Green Lantern e Ghost Rider 2 bastano?) è merito di Batman.

Certo, poi spunta il Batwing formato astronave, che rende tutto meno plausibile. Ma, come ha sintetizzato bene un amico, ragazzi, sono comunque “tre ore di FOMENTO”.

Post Scriptum: a qualcuno non sarà sfuggito il fatto che non ho mai nominato Robin in questo post. L’ho fatto per scaramanzia. Perché una cosa del genere non si ripeta mai più:

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