Le passanti

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Jean Seberg

Mi concentro soprattutto sulle bionde. Mi blocco, molto più che sulle altre. Non so cosa mi stupisca tanto. Forse è perché ogni volta mi accorgo – lentamente, inesorabilmente – del fatto che possa esistere un’altra bellezza oltre alla tua, che è stata l’unica per così tanto tempo. La tua bellezza bruna di cui andavo così fiero… Le more, le guardo poco o niente. Come se il mio sguardo si rendesse conto che non vale la pena indugiare. Perché nessuna mora può essere bella come te. I capelli biondi, invece, mi turbano. Certo, non mi mozzano il fiato, non mi fanno tremare e non mi fermano il sangue; tutte cose che ho provato quando ti ho visto per la prima volta, in quell’aeroporto. Ma questo stordimento istantaneo è già qualcosa. Lo accolgo. Lo lascio filtrare attraverso le viscere. Mi serve. Vuol dire che sono ancora vivo.

Sì, malgrado tutto il resto, sono ancora vivo.

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La sua bellezza, la sua semplicità. La sua divisa.


“Ho visto una fotografia di Pio-Filippani-Ronconi in un libro nuovo che raccoglie i suoi studi. E’ una foto che mi ha turbato. La sua bellezza, la sua semplicità, era ragazzo in quella foto, poteva essere appena ventenne, era assiso sul tappeto, aveva un copricapo orientale e mostrava la fierezza del suo essere un patrizio romano. Era la perfezione meticcia, diciamo, il termine di uno che sapeva che in virtù del proprio sangue, della propria storia, aveva adottato tutte le lingue d’Oriente per saper svegliare quegli dei che da queste terre erano andati via per trovare rifugio altrove. Era plurale. Era un’immagine che dava il senso di un’esistenza proiettata in una dimensione spirituale” 

Pietrangelo Buttafuoco alla Festa di CasaPound, 26 settembre 2012

Ronconi con la divisa da Obersturmführer della 29 Waffen-Grenadier-Division: le SS italiane

“Era plurale”.

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Ciao ragazzi, solo una cosa

“Ho comprato i biglietti per i Radiohead!”

“Sono andato a vedere i Radiohead!”

“Ecco le foto dei Radiohead!”

Ci avete rotto il cazzo con i Radiohead.

Davvero. Non se ne può più.

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E’ l’internet, bellezza. Impressioni a caldo su di un game changer epocale

Lucia Annunziata, intenta a farsi spiegare l’uso di Internet Explorer 9 e Outlook Express
“Anvedi un bo'”

huffingtonpost.it è il calco dell’Huff Post in lingua italiana, com’è giusto che sia. Verde al posto del rosso per il titolo. Forse il Cavaliere l’avrebbe presa male. Apertura tutta per Lui: “Io, Silvio”. Il nuovo che avanza, insomma. “Intervista di Berlusconi all’Huffington Post”. Aspetta, non l’ho capita, è una sagace trovata o è Berlusconi che intervista l’HuffPost?

Colonna di sinistra, l’editoriale della Annunziata e subito sotto la presentazione di Fräulein Arianna Huffington in persona. “Benvenuti a  L’Huffington Post”. Va bene non pagare i blogger, ma pagare un traduttore era troppo?

“Da sempre, coltivo una profonda passione per il paese a forma di stivale e, da greca, mi sento in empatia con quest’altra terra mediterranea dove la gente ti offre sempre qualcosa da mangiare e dove nulla è mai puntuale.”

Ok, non farò nessuna battuta sull’orgia di luoghi comuni, altri l’hanno già fatto meglio di me.

Si passa all’attesissimo primo editoriale dell’Annunziata:

“Questi duecento blogger (e intendiamo far crescere questo numero) sono uomini e donne di destra e di sinistra, religiosi e non, attivisti dei movimenti e intellettuali solitari, gente delle professioni, gente con orientamenti sessuali diversi,  leaders politici e operai che tengono con le unghie e con i denti il loro posto nelle fabbriche, personaggi conosciutissimi e perfetti sconosciuti, giovani che faticano a tirare avanti, e giovani che studiano in prestigiose università all’estero. C’è anche una suora.”

Una suora? Lucia, lo dico per te, il popolo del web™  è spietato, mai sentito parlare di un sito chiamato Spinoza? Sì, come il filoshofo.  

I blogger, pas mal: Ilaria Cucchi, Maurizio Landini (wow, giuro), GIULIO TREMONTI, una grillina, Catricalà, la Concia, Phastidio, Lele Rizzo (“Attivista NOTAV esponente Askatasuna”). Fermi tutti. Come, scusa? Uno dei fondatori dell’Askatasuna che scrive per l’Huffington Post, cioè per il Gruppo L’Espresso, cioè per De Benedetti, cioè per il Capitale, cioè per l’Impero, cioè per il Male Assoluto? Come ha sintetizzato bene Matteo Pascoletti, “ma venditi al potere, invece di regalarti!”. Non ci voglio credere. Aggiorno la pagina, la dicitura “esponente di Askatasuna” è scomparsa, sciolta come la neve della Val di Susa in agosto. Fiuu, ce l’hai fatta tovarish, ora che sei un attivista undercover sei salvo.

[In un attimo, affiora un doloroso ricordo. La scena: io che annuncio ai compagni dello squat in cui vivo che avrei fatto uno stage in un giornale online, un quotidiano di giornalismo partecipativo.”Ma proprio tu che adori Nizan, non provi la minima vergogna a farti sfruttare dai cani da guardia del potere?”. Per fortuna che non c’erano piccozze in giro. Ho visto la barra rossa fluttuante sopra la mia testa scolorirsi improvvisamente: sono passato in meno di un istante da “Stalinista” (leggevo un po’ troppo Lenin, ai tempi, la cosa era losca) a “Sosdem (“Social democratico”, praticamente l’anatema finale). Quando in quel giornale sono stato assunto, anni dopo, il marchio di Caino è stato definitivamente impresso nelle mie carni. Ancora oggi i rari camarades che mi rivolgono la parola lo fanno anteponendo appellativi ameni quali “traditore”, “servo” e “giornalista”.]

Clicco sull’apertura, quella che un collega definisce una “non intervista”. Autore, poi titolo, in un immenso bombatissimo bold:

Silvio Berlusconi: “Mario Monti condizionato dalla sinistra” e “troppo ligio alla Merkel”. “Germania stato egemone”. “Renata Polverini non ha fatto niente di immorale”

Davvero? Ma che roba è? Vorrebbe essere SEO? E meno male che il modello è l’HP USA dove notoriamente i titoli non devono dire troppo del contenuto di un articolo. Qualcuno avrà ordinato al miserabile di turno al desk: “Smarmella dentro tutto, TUTTO”.

Sorvoliamo sull’intervista, abbiate pietà, non ce la posso fare. Giusto per dovere di cronaca, la prima domanda è: “Allora Presidente Berlusconi, qual è la lezione del Lazio? Serve un rinnovamento del partito?”. Cioè tu hai Berlusconi davanti, “tonico” (sic!), “abbronzato”, “mentre sorseggia un tè”, e gli chiedi se serve un rinnovamento nel Pdl? Va beeene.

M’incuriosisce il blog di Tremonti. Titolo: “Il mio MANIFESTO”, svolgimento:

“Sto scrivendo un “MANIFESTO”. Oggi su questo blog ne posto l’anticipazione (grazie per l’occasione!).
Il testo integrale del “MANIFESTO” sarà postato il prossimo 6 di ottobre.
Domenica 7 ottobre mattina (diciamo dopo le 10) a RICCIONE (Palazzo dei Congressi, Viale Virgilio, 17) presenterò infatti il mio “MANIFESTO”.”

Ehi, ragazzi, lui sta scrivendo un MANIFESTO. Non so se è chiaro. Al di là dello “stile”, che Tremonti non fosse Philip Roth potevamo aspettarcelo, che riuscisse a scrivere peggio di Veltroni è piacevole emozione, ma santo iddio, chi gliel’ha passato sto testo? Sembra una poesia di Cendrars! Il grassetto è da galera, la formattazione da fucilazione: paragrafi slegati, frasi singole e poi via a capo senza separare i capoversi. Ma uniformare i blocchi era così duro? Forse effettivamente toccava leggerlo, il pezzo, per formattarlo a dovere. Too much manifesto will kill you.

Immancabile la bacheca destra, infotainemente vostra, figlia bastarda della mamma Repubblica, il che mi ricorda tanto la scena finale di Alien-La clonazione:

  • Perché il far nulla è la chiave della felicità
  • Marte è sulla Terra, i luoghi più simili al pianeta rosso (FOTO)
  • Addio Barbie, ecco il kit per “bambine-ingegnere” (VIDEO)
  • Quanto sei bella Roma (FOTO)

Quest’ultima è la mia preferita. Sospetto l’abbia scritta l’Annunziata stessa. Così, per provare il brivido di usare una tastiera.

Il box centrale è dedicato alle dimissioni della Polverini, arrivate in serata. Anche se prevedibilissime, devono esser state uno scazzo notevole per la redazione già pronta al decollo sul uebbe. Ecco come hanno risolto l’ultim’ora:

“La rete non perdona, non dimentica: #arenata è l’hashtag – centratissimo – che il popolo di twitter ha dedicato alle dimissioni di Renata Polverini”

Sì, “la rete”. “Il popolo di twitterrr”. Così, tanto per far vedere a tutti quanto “game changer” sarà sto benedetto Huff Post.it. Già, “game changer”. Un po’ quello che  Duke Nukem Forever è stato per il mondo dei videogiochi.

Come direbbe qualcuno: “Lurk moar, Arianna”.

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Il Cavaliere Oscuro ritorna. E spacca tutto

Non ti è piaciuto il Cavaliere Oscuro? SBAM! POW! KAPOW!

E alla fine si scopre che Bane era doppiato da Filippo Timi. Con tutto quel lavoro di postproduzione giuro che non me n’ero accorto. La voce del cattivo mascherato è più alta di non so quanti toni rispetto a quella degli altri attori e, purtroppo, nel doppiaggio italiano perde il perfetto accento british upper class che Nolan e Hardy hanno scelto di dare al personaggio, cosicché quando parla per la prima volta, nella scena dell’aereo, per un attimo ti chiedi “che è? Chi ha parlato? Nonno, sei tu?”. Ed è proprio su Bane, il gigantesco cattivo portato sullo schermo dal pompatissimo (ed inglesissimo) Hardy, che si sono concentrate le critiche più dure.

PERCHÉ COSÌ SERIO?

Io capisco che il Joker di Ledger sia rimasto nel cuoricino a tanti, ma non bisogna essere Umberto Eco per capire che un folle “assoluto” e rinomato come Joker era infinitamente più caratterizzabile di un cattivo misconosciuto e fraintendibile come Flagello-Bane. Senza nulla togliere alla magistrale interpretazione del compianto Heath Ledger, rendere temibile l’avversario di Batman, dopo la vetta raggiunta nel secondo film, era impresa assai ardua. Ma Nolan/Hardy se la sono portata a casa.

Per diventare Charles Bronson, il detenuto sciroccato filmato dal regista di Drive Nicolas Winding Refn, Hardy si era sottoposto ad un allenamento massacrante, con qualcosa come 2500 flessioni al giorno e la dieta invernale di Giuliano Ferrara. Un pompaggio che manco Bruce Wayne, appunto (“Che cosa le fa a fare tutte quelle flessioni se non sa neppure sollevare una trave?”).

Ora, per interpretare Flagello, Hardy è diventato ancora più grosso. Una montagna umana (sono quasi certo che in certe inquadrature lo abbiano anche reso più alto), che quando incontra Batman la prima volta lo sfarina a suon di cazzotti, oltre ad umiliarlo psicologicamente. A me ha fatto paura. Tanta. Quando solleva Christian Bale come se fosse un pupazzo di pezza e lo tiene in aria ti dici: “Ecco, è successo davvero. Lo ha mandato sulla sedia a rotelle come nel fumetto”. E la schiena gliela spezza davvero (soprattutto per me, che non so distinguere tra vertebre e spina dorsale) ma, cosa più importante, lo spinge a mettersi in discussione come mai prima d’ora. La morale di Rachel, i consigli di Alfred (un inarrivabile Michael Caine, insospettatamente amante del Fernet Branca), sono niente in confronto ai cartoni di Bane.

E malgrado reciti solo con gli occhi, le sopracciglia, ed una certa frenesia nelle dita, Hardy è eccezionale. Certo, il Bane di Nolan non è il genio del male del fumetto, dove assomiglia molto di più ad Edmond Dantès che non ad un Vin Diesel gigante strafatto di steroidi, ma siamo comunque ad anni luce di distanza dal criminale da due soldi trasformato nello schiavo senza cervello di Poison Ivy. Per tutta la durata del film Bane/Hardy è il male, il male assoluto (“il male necessario”, dice lui), degno del pianeta nero del Quinto Elemento o di quello stronzo di Ra in Stargate.

Si tratta del cattivo più terribile e spietato con il quale Batman abbia avuto a che fare. Se Ra’s al Ghul aveva l’onore, e Joker il caos, Bane al contrario sembra mosso solo dall’odio. Almeno fino al colpo di scena finale, certo. Bane è un personaggio dalle passioni assolute: l’odio per Batman, l’amore per Talia. Un amore intenso quanto quello di Bruce per Rachel. Ma la sua complessità non si scopre fino al finale, la maschera cade solo nell’ultimo combattimento (grazie alle legnate che gli rifila Batman redivivo, ma non solo), in una scena che, non so voi, ma a me ha stampato in faccia l’espressione del “MACHECAZZ”.

CARO, VECCHIO BRUCE

A Nolan è riuscita un’impresa narrativamente impossibile: invecchiare Batman. Ovvero rendere debole e fiacco un personaggio che per due film è stato totalmente invincibile, ai limiti del superomismo. Voglio dire, quando spunta Bruce Wayne col bastone ed il pizzetto caprino, all’inizio pensi si tratti di un bluff. Quando Selina Kyle gli fa uno sgambetto e lo fa rovinare di culo a terra tu credi che stia fingendo: “ora si alza e la pela, la bella gattina”. E invece no.

Bruce Wayne è vecchio ed ha il cuore a brandelli, oltre che le ossa frantumate. Sono passati 8 anni dalla morte di Rachel e dall’arresto di Joker, otto anni di pace durante i quali è stato sufficiente imporre una legge fascista (il decreto Dent) per sbattere nella prigione di Blackgate – una galera che ricorda molto Guantanamo – tutti i criminali di Gotham ed evitare così al cavaliere oscuro di continuare le sue scorribande notturne (dove sarebbe stato braccato dalla polizia che lo crede colpevole degli omicidi di DueFacce).

HYPE ALLE STELLE

Ma il più grande merito registico di Nolan è quello di polverizzare le aspettative. Anche le più esigenti, come nel mio caso. Le fa semplicemente a pezzi come la città onirica sognata da Di Caprio e Cotillard in Inception. Facendo gli scongiuri per una carriera che spero continui a lungo, in 12 anni Nolan non ne ha sbagliata una. L’old boy le azzecca tutte: sia che si tratti di film unici come The Prestige e Inception, o di un prodotto necessariamente standardizzato come Batman, spalmato su ben tre film. Roba che Night Shyamalan per l’invidiaccia è diventato verde come gli alieni di Signs.

“Hey you, I’m Batman”
“Yes Sir”

Ma allora per quale motivo un giornale autorevole come Libération è arrivato a definire “catastrofico” The Dark Knight Rises? Lasciamo da parte le tragedie – vere – come la strage di Denver, che col film hanno molto poco a che fare (e a tal proposito preferirei leggere più articoli su quanto negli USA sia ridicolmente facile procurarsi un arsenale degno di Commando, piuttosto che sulla “violenza” dell’uomo pipistrello, che ammazza 2 (due) persone in tre film. Risultato che manco il Ghandi di Ben Kingsley può vantare). Concentriamoci sulla pura cellulosa.

Hanno forse ragione quelli che criticano la complessità del film. Perché Batman è un film complesso. Se non vi sta bene, in qualche cinema dovrebbero passare ancora The Amazing Spiderman. 72 anni di storia e decine di generazioni di lettori assatanati hanno reso il fumetto un prodotto narrativo troppo denso per essere strizzato in un solo film. Troppo anche per una trilogia. Eppure Nolan è riuscito a resuscitare un eroe che due film (quelli di Joel Shumacher. Padre, perdonaci) rischiavano di far perdere per sempre in un tunnel rosa shocking fatto di bat-carte di credito, bat-pattini da ghiaccio e bat-tutine attillate con tanto di capezzoli turgidi in vista (solo per certe cose Shumacher andrebbe appeso per le palle sotto il Golden Gate). Forse l’unico caso, nella storia del cinema, di reboot cinematografico riuscito. Probabilmente Nolan è stato capace di rivoluzionare il personaggio più di quanto abbiano fatto negli anni novanta i fumetti di Frank Miller (ai quali il Cavaliere oscuro si ispira solo in parte).

L’intreccio narrativo orchestrato dai fratelli Nolan è perfetto. L’umanità di Bruce Wayne, che nei film di Tim Burton era affidata quasi esclusivamente alla sofferta, intensa interpretazione di Michael Keaton, qui è totale. L’epica di Batman incarnata nel volto rasato di Patrick Bateman alias John Connor aka Christian Bale, ma soprattutto nelle evoluzioni della sua psiche. Dal bildungsroman di Begins, alla maturità di The Dark Knight, fino alla “vecchiaia” di Rises, la curva drammaturgica è impeccabile: ascesa, trionfo e declino, come nella migliore epica classica.

Quello che Nolan, in definitiva, ha fatto in maniera lodevolissima è rendere credibili le parabole di un personaggio di per sé assai poco credibile. Stiamo comunque parlando di un miliardario che va in giro ammantellato in calzamaglia nera, con una maschera cornuta e un cinturone giallo pieno di aggeggi strambi. Personalmente non mi sono mai dovuto dire, a mo di mantra, “vabbè dai, alla fine è Batman”, come giustificazione a questa o quella scena (a parte quando guida la moto snodabile, ora che ci penso). La cura dei particolari, la sottigliezza dei dialoghi, la regia inarrivabile me l’hanno impedito. Questo cavaliere oscuro – l’hanno scritto in tanti – segna la fine del supereroe, e apre la strada a qualcosa di completamente diverso.  A tutti quelli che ne hanno criticato “l’inverosimile Batman di Christopher Nolan” (ma magari di nascosto hanno comprato il Blue-Ray di Avengers col pupazzetto di Iron Man in omaggio), rispondo: avercene sempre, di film così inverosimili! Ricordate, se nel 2012 non avete visto solo film brutti (John Carter, Battleship, Green Lantern e Ghost Rider 2 bastano?) è merito di Batman.

Certo, poi spunta il Batwing formato astronave, che rende tutto meno plausibile. Ma, come ha sintetizzato bene un amico, ragazzi, sono comunque “tre ore di FOMENTO”.

Post Scriptum: a qualcuno non sarà sfuggito il fatto che non ho mai nominato Robin in questo post. L’ho fatto per scaramanzia. Perché una cosa del genere non si ripeta mai più:

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Sirat Al Bunduqiyyah

Parigi, Rue Cadet
Grand Loge de France

“Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in calle dell’amor degli amici; un secondo vicino al ponte delle Maravegie; un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani (e qualche volta anche i maltesi…) sono stanchi delle autorità costituite, si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie”
Hugo Pratt, Favola di Venezia

Diffido dei sotterranei

145 Rue La Fayette. Ma la gente passa e non sa.

  Fu allora che vidi il Pendo

 

“Diffido dei sotterranei ma voglio capirli. Non è che ci siano molte possibilità. Le catacombe a Roma, mi dirà. Non c’è mistero, sono piene di turisti, e sotto il controllo della chiesa. Ci sono le fogne a Parigi… Ci è stato? Si possono visitare il lunedì, il mercoledì e l’ultimo sabato di ogni mese, entrando dal Pont de l’Alma. Anche quello è un percorso per turisti. Naturalmente a Parigi ci sono anche le catacombe, e le cave sotterranee. Per non dire del metrò. È mai stato al numero 145 di rue Lafayette?”

“Confesso di no.”

“Un poco fuori mano, tra la Gare de l’Est e la Gare du Nord. Un edificio a prima vista impercettibile. Solo se lo guarda meglio si accorge che le porte sembrano di legno ma sono di ferro dipinto, e le finestre danno su stanze disabitate da secoli. Mai una luce. Ma la gente passa e non sa.”

“Non sa cosa?”

“Che la casa è finta. È una facciata, un involucro senza tetti, senza interni. Vuoto. È solo la bocca di un camino. Serve per l’aerazione e lo scarico dei vapori del metró regionale. E quando lo capisce, lei prova l’impressione di essere davanti alla bocca degli inferi, se solo potesse penetrare entro quelle mura avrebbe accesso alla Parigi sotterranea. Mi è capitato di passare ore e ore davanti a quelle porte che mascherano la porta delle porte, la stazione di partenza per il viaggio al centro della terra. Perché crede che l’abbiano fatto?”

“Per dare aria al metrò, ha detto.”

“Bastavano dei boccaporti. No, è di fronte a questi sotterranei che io inizio a sospettare. Mi capisce?”

Parlando dell’oscurità pareva illuminarsi. Gli chiesi perché sospettasse dei sotterranei.

“Ma perché se ci sono i Signori del Mondo, nonpossono che stare nel sottosuolo, è una verità che tutti indovinano ma che pochi osano esprimere (…)”

Umberto EcoIl Pendolo di Foucault

 Fu allora che vidi il Pendolo

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Stardust Memories

Stardust Memories

Stardust MemoriesWoody Allen, 1980

Sometimes I wonder why I spend
Such lonely nights

Louis Armstrong
“Stardust”

Cominciare bene

Libération, quotidiano francese fondato nel 1973 da Jean-Paul Sartre:

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Pubblico, quotidiano italiano fondato nel 2012 da… Luca Telese:

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@lucatelese ha svelato un po’ di @pubblico, e ha la testata molto simile a quella di @liberation_info

Ah, ma dai?

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Anonymous Italia: le fonti segrete dei giornalisti e quel brutto vizio del following

MA NON TROPPO

Ci era già cascato Riccardo Staglianò di Repubblica che, dopo aver pubblicato l’intervista ad “uno dei leader dell’organizzazione mondiale di hacker” (sic), aveva improvvisamente cominciato a seguire un certo “Phate Lucas” su Twitter. L’unico membro di Anonymous, tra i pochissimi (appena 65) utenti “followati” da Staglianò. Coincidenza? Può darsi. I più gomblottisti hanno parlato persino di depistaggio volontario.

Comunque sia la stessa misteriosissima fonte di Staglianò, nonostante tutta questa segretezza manifesta (“dovrà essere assolutamente impossibile anche per sua madre e per la sua compagna, per non dire della polizia postale, riconoscerlo in quanto scriverò”; Un’intervista criptata. Pixelata in ogni dettaglio”), aveva elencato incautamente una lista di utenti da cui poter pescare la sua identità:

 “Non puoi neanche scrivere il mio nickname, quindi scrivi che hai parlato con uno tra Mendax, Attila, Savant, Phate Lucas, N4pst3r, Kirya, Case, B, Tor4k1k1, Netsec”

Per poi invitare (ma qui la colpa è del giornalista che ha riportato il particolare nell’articolo) a seguirlo su Twitter. Cosa che, a quanto pare, Staglianò aveva fatto: diventando follower di Phate Lucas, appunto. Ma il reporter di Repubblica non è l’unica vittima delle pericolose insidie dei social network.

Questa volta è toccato a Marta Serafini del Corriere che, qualche giorno, fa ha pubblicato un resoconto esclusivo sull’attacco informatico subito dal blog di Beppe Grillo: «Vi racconto tutta la verità sull’attacco di Anonymous al blog di Beppe Grillo». Parla l’hacker che ha bloccato il sito del leader del M5S.

Chi ha effettivamente bloccato il sito del leader del Movimento Cinque Stelle ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti. «Credo che sia venuto il momento di fare chiarezza su quanto accaduto dopo una settimana di dichiarazioni sconcertanti da parte dei referenti di Anonymous italy», spiega l’Anonymous italiano protagonista dell’attacco a Grill0.

Anche in questo caso niente nomi, segretezza totale, silenzio assoluto. Non sia mai che la Gola Profonda del Corsera possa venire scoperta e perseguita per i suoi orrendi crimini informatici. Eppure, se andiamo a dare un’occhiata agli utenti Twitter seguiti di recente dalla Serafini, troviamo quello che sembra a tutti gli effetti un anon italiano: 4LT4IR.

La giornalista gli scrive il 16 giugno, dopo un botta e risposta con altri presumibili hacker, invitandolo a fornire la sua versione sullo smashdown di beppegrillo.it:

Il 18 giugno, due giorni dopo, l’articolo con la versione del pirata ribelle è in pagina.

Le mie sono supposizioni, certo, ma non era il Guy Fawkes di V per Vendetta, simbolo unico ed archetipico degli Anonymous, a dire “Io, come Dio, non gioco a dadi e non credo nelle coincidenze“?

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