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I am Street Fighter, il documentario per i 25 anni del picchiaduro Capcom

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Si intitola I am Street Fighter ed è il documentario creato appositamente dalla Capcom, la nota software house giapponese, per i 25 anni del picchiaduro più famoso di sempre (non prendetevela, fan di Mortal Kombat).

Era il 1987 (un anno bello, io venivo al mondo, al cinema uscivano Arma Letale e Trappola di Cristallo, alla radio passavano “Joshua Tree” degli U2) e la sovraccitata casa di produzione, già nota come Japan Capsule Computers, lanciava un videogame destinato a cambiare le sorti di milioni di ludopatici in tutto il mondo.
Il gioco in questione apparteneva al genere dei “Beat ‘em up” (letteralmente “menali tutti”, giuro), tipologia action nella quale il personaggio principale massacrava di botte una valanga di nemici mezzeseghe in un quadro a scorrimento orizzontale, a 2 o 3 dimensioni, fino al boss del livello, notoriamente più forte e più cattivo; nello slang del cortile di casa mia veniva chiamato proprio così: “Il Cattivo”.
Ma a differenza di altri picchiatutto, come il primordiale Kung Fu Master o RenegadeSTREET FIGHTER (in maiuscolo, grassetto e corsivo), prodotto della mente di Takashi Nishiyama e Hiroshi Matsumoto, introduceva una serie di novità destinate a cambiare per sempre il mondo degli Arcade.
Innanzitutto il joystick, una pallina (rossa o gialla e profumata di violenza, nella mia memoria sovraeccitabile di bambino) con accanto 6 tasti disposti in due file da 3. Fu appunto Street Fighter, il primo glorioso videogame di combattimento della Capcom, a donarlo ai bar di tutto il globo.
Altra monumentale novità: le mosse speciali. Una combinazione di tasti che permetteva – per la prima volta nella storia dei videogiochi – di riempire di botte gli avversari con stile, utilizzando le proprie dita per uno scopo preciso, senza pigiare a casaccio sulla console (ce l’ho con voi, ragazze che giocano alla Playstation). Il che, ça va sans dire, aumentava in maniera esponenziale il fomento di giocatori e spettatori. Tekken vi dice niente? Bene, dovete ringraziare Street Fighter. Niente Ryu, niente Lei Wulong.
Alcune di quelle mosse, “Hadōken!” “Shoryūken!”, sono entrate nel vocabolario popolare. Le potete sentir ripetere in maniera ossessivo-compulsiva dai nerd intervistati all’inizio del documentario.
Ma la Capcom non si fermò lì. Quattro anni dopo, nel 1991, venne alla luce IL capolavoro: Street Fighter II: The World Warrior. Dopo aver regalato all’umanità le mosse speciali, i nipponici decisero di strafare e ci consegnarono le COMBO, i personaggi multipli, i livelli bonus e altre cosette che diventeranno legge.
SFII resta tuttora il gioco più venduto della Capcom, oltre ad esser entrato nel Guinness dei primati come “First Fighting Game to Use Combos”, “Most Cloned Fighting Game” e “Biggest-Selling Coin-Operated Fighting Game”. In breve, uno dei videogiochi migliori della storia. Amen.
Anzi, SHORYUKEN!

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