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True Detective mi ha sverginato

Ratatatata. Eh beh.

Ratatatata!

Io non guardo serie tv. Chi mi conosce lo sa. “Ma come, neanche Breaking Bad/Game Of Thrones/The Wire?!” Nope. Ho sviluppato una mia personale teoria in merito. Credo c’entrino diversi fattori.

Partiamo da lontano, dagli anni ’90, l’età d’oro dei “telefilm” (vi ricordate quando si chiamavano ancora così?). All’epoca possedevo una televisione. Più di una, a dire il vero. Sicché era facile imbattersi in un telefilm, soprattutto ad orari regolari (pranzo, cena). È il motivo per il quale ho visto tutte le puntate di Friends, buona parte di Dawson’s Creek, una manciata di Beverly Hills e una spruzzatina di Buffy. Tutta colpa della televisione. Ho visto anche Ally McBeal e Sex and the City, ma per quello la colpa è di mia madre.

Oggi non possiedo una tv. Non capita che, mentre mangio, passino How I Met Your Mother o The Big Bang Theory. Per vedere quelle serie ho bisogno del mio pc. Devo cercarle, connettermi a un sito che le trasmetta in streaming gratuitamente o, in alternativa, scaricarle. E, detto tra di noi, non ho cazzi di farlo. Richiede uno sforzo del tutto sproporzionato rispetto al risultato. Chiamatelo snobismo, se volete, ma puntualmente, quando mi dico che potrei iniziare una serie, finisce che mi guardo un film. Perché passare mezz’ora davanti a un prodotto tutto sommato mediocre, quando posso spendere due ore dinanzi a una opera d’arte? E se anche non fosse un’opera d’arte, ma l’ultimo film scritto e diretto da Sylvester Stallone, dopo un’ora e mezza finisce lì. Non sei costretto a ingollare altri ventotto episodi.

Ecco, altro fattore che mi scoraggia terribilmente: la durata delle serie tv. Decine di stagioni, centinaia di episodi, ore e ore da passare davanti a uno schermo da 13 pollici. D’accordo, non è tempo propriamente sprecato, ma quel tempo avreste potuto impiegarlo a guardare, che so, l’intera filmografia di Tarkovskij, i classici del neorealismo italiano, tutti i film di Van Damme. È quello che penso ogni volta che un amico cerca di costringermi a vedere la-serie-migliore-del-mondo. Sto sprecando tempo e diottrie che avrei potuto impiegare diversamente, mi dico. E, sistematicamente, finisco per aver ragione. I dialoghi abbozzati, una regia penosa (o peggio, inesistente), gli attori cani e la fotografia imbarazzante, fredda come quella di un telefilm tedesco degli anni ’80, sono lì a confermarlo. Qui parlavo di Squadra Speciale Cobra 11, ma non è che Prison Break fosse meglio. Per un amante del cinema (non “cinefilo”, che è una brutta parola), tutto ciò è l’equivalente di una tortura coreana. Certo, ci sono le eccezioni. Serie tv con grandi attori, grandi produzioni e grandi registi dietro. Ma anche in quel caso perdonatemi, il risultato finale non si avvicina neanche lontanamente al grande cinema. Giusto, no? No.

Il 12 gennaio la rete televisiva americana HBO ha deciso di giocarmi un brutto scherzo, facendo esplodere molte delle certezze accennate qui sopra. Come? Mandando in onda la prima puntata di una serie chiamata True Detective, diretta dal regista Cary Joji Fukunaga e interpretata da Woody Harrelson e Matthew McConaughey. Boom.

Ciao ciao.

Doppio Boom.

“Chi ha ucciso Dora Lange?”

La storia è semplice: due detective della polizia di stato della Louisiana sono sulle tracce di un assassino rituale (“succederà di nuovo. O è già successo”). Il primo, Rustin Cohle (McConaughey) è un investigatore formidabile, ma anche un nichilista inveterato, capace di tirare fuori frasi alla Nietzsche (o alla Cioran) nei contesti meno opportuni. L’altro, Martin Hart (Harrelson), è un family man che ama scopare fuori dal matrimonio, nonostante sia sposato con Michelle Monaghan. Ma vabbè.

Più che nella storia in sé, la forza di TD sta in quell’ineffabile insieme di eventi che contribuiscono a creare un’atmosfera. Per essere chiaro e conciso, enumererò i meriti di TD utilizzando l’escamotage cattolico-pop espresso ne Il Santo con Val Kilmer.

Miracolo numero uno: una serie intera diretta da un solo regista. Breve, compatta, densissima. Nemmeno Lynch era riuscito a farcela (il che spiega perché ho visto tutta la prima serie di Twin Peaks, mentre alla metà della seconda le mie gonadi sono esplose come due granate a frammentazione). Cary Fukunaga, dopo aver girato una trasposizione di Jane Eyre, si toglie il suo bel panciotto di tweed vittoriano e tira fuori l’artiglieria pesante (spoiler: i 6 minuti di piano sequenza alla fine della quarta puntata bastano a giustificare le 8 ore di visione complessive).

Miracolo numero due: non un solo grande attore (fate ciao ciao, Boardwalk Empire e House of Cards), ma DUE al prezzo di uno. Il neo-premio oscar McConaughey, all’apice della sua rinascita spiritual-artistica, e il veterano Harrelson, che spacca lo schermo a mascellate dai tempi di Natural Born Killers.

Miracolo numero tre (e quattro, ops): la splendida fotografia di Adam Arkapaw, che ci regala tutte le sfumature di verde dei bayou della Louisiana, in combo con le musiche di T Bone Burnett, già chitarrista nella band di Bob Dylan e compositore per i migliori film dei fratelli Coen. La sigla, 007 style, basta per far capire cosa abbiamo di fronte

I tre miracoli e mezzo sono sufficienti per chiedere la beatificazione? A mio modesto avviso, sì. Questo perché, a detta di tanti, TD non è “la solita serie televisiva americana”. Attenzione, non che debba esser per forza la migliore in assoluto. L’ultimo episodio, ad esempio, ha incrinato il coro unanime di approvazione che si era levato con le prime puntate, costringendo anche alcuni dei critici più entusiasti a fare retromarcia. Colpa – in primis – del “finale” (o [“finali”], come dicono gli americani), che ha deluso molte persone. Senza entrare nel merito, e soprattutto senza voler fare spoiler mortali, le accuse più dure sono state rivolte allo sceneggiatore, lo scrittore Nick Pizzolatto.

L’hype estremo creatosi attorno alla serie (tanto alto da far crashare i server della HBO durante l’ultima puntata, il 9 marzo scorso) non ha sicuramente giovato. “C’è chi non sarebbe soddisfatto da nessun finale, a meno che Rust Cohle non salti fuori dalle loro TV, in mezzo al loro salotto, cominciando a sparargli in mezzo ai piedi”, ha detto Pizzolatto con una certa dose di ironia, intervistato da Buzzfeed.

L’autore non ha tutti i torti, ma c’è da dire che la sceneggiatura è probabilmente l’anello debole dello show. Che resta comunque girato da Dio, recitato come Cristo comanda e musicato con cori angelici di diabolico fascino. Merito di quella santissima Trinità composta da Fukunaga/Harrelson/McConaughey. Avercene tutti i giorni, di telefilm così. Potrei persino decidere di comprarmi un televisore.

Amen.

Amen.

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I am Street Fighter, il documentario per i 25 anni del picchiaduro Capcom

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Si intitola I am Street Fighter ed è il documentario creato appositamente dalla Capcom, la nota software house giapponese, per i 25 anni del picchiaduro più famoso di sempre (non prendetevela, fan di Mortal Kombat).

Era il 1987 (un anno bello, io venivo al mondo, al cinema uscivano Arma Letale e Trappola di Cristallo, alla radio passavano “Joshua Tree” degli U2) e la sovraccitata casa di produzione, già nota come Japan Capsule Computers, lanciava un videogame destinato a cambiare le sorti di milioni di ludopatici in tutto il mondo.
Il gioco in questione apparteneva al genere dei “Beat ‘em up” (letteralmente “menali tutti”, giuro), tipologia action nella quale il personaggio principale massacrava di botte una valanga di nemici mezzeseghe in un quadro a scorrimento orizzontale, a 2 o 3 dimensioni, fino al boss del livello, notoriamente più forte e più cattivo; nello slang del cortile di casa mia veniva chiamato proprio così: “Il Cattivo”.
Ma a differenza di altri picchiatutto, come il primordiale Kung Fu Master o RenegadeSTREET FIGHTER (in maiuscolo, grassetto e corsivo), prodotto della mente di Takashi Nishiyama e Hiroshi Matsumoto, introduceva una serie di novità destinate a cambiare per sempre il mondo degli Arcade.
Innanzitutto il joystick, una pallina (rossa o gialla e profumata di violenza, nella mia memoria sovraeccitabile di bambino) con accanto 6 tasti disposti in due file da 3. Fu appunto Street Fighter, il primo glorioso videogame di combattimento della Capcom, a donarlo ai bar di tutto il globo.
Altra monumentale novità: le mosse speciali. Una combinazione di tasti che permetteva – per la prima volta nella storia dei videogiochi – di riempire di botte gli avversari con stile, utilizzando le proprie dita per uno scopo preciso, senza pigiare a casaccio sulla console (ce l’ho con voi, ragazze che giocano alla Playstation). Il che, ça va sans dire, aumentava in maniera esponenziale il fomento di giocatori e spettatori. Tekken vi dice niente? Bene, dovete ringraziare Street Fighter. Niente Ryu, niente Lei Wulong.
Alcune di quelle mosse, “Hadōken!” “Shoryūken!”, sono entrate nel vocabolario popolare. Le potete sentir ripetere in maniera ossessivo-compulsiva dai nerd intervistati all’inizio del documentario.
Ma la Capcom non si fermò lì. Quattro anni dopo, nel 1991, venne alla luce IL capolavoro: Street Fighter II: The World Warrior. Dopo aver regalato all’umanità le mosse speciali, i nipponici decisero di strafare e ci consegnarono le COMBO, i personaggi multipli, i livelli bonus e altre cosette che diventeranno legge.
SFII resta tuttora il gioco più venduto della Capcom, oltre ad esser entrato nel Guinness dei primati come “First Fighting Game to Use Combos”, “Most Cloned Fighting Game” e “Biggest-Selling Coin-Operated Fighting Game”. In breve, uno dei videogiochi migliori della storia. Amen.
Anzi, SHORYUKEN!

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