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Vita e morte di un giovane impostore che assomiglia a Cristiano de Majo

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“Diciamo la morte per semplificare, ma ve ne sono tante, quasi quanto le persone

Marcel Proust

Cristiano de Majo è uno scrittore napoletano, autore di diversi racconti pubblicati in varie antologie (su tutte Best Off e Voi siete qui di Minimum Fax), una serie di reportage, una rubrica letteraria e due romanzi. L’ultimo, Guarigione (che in realtà è più un memoir), è uscito qualche giorno fa. In attesa di poterlo leggere, ho preso dallo scaffale il suo libro d’esordio: Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico, che è del 2010 ed è stato pubblicato da Ponte alle Grazie.

Vita e morte è un “vero romanzo”, che ha un incipit fulminante: “Io non sono morto, siete voi a essere morti”. Questa frase è la ragione principale per la quale ho deciso di comprarlo, assieme al fatto di apprezzare l’autore, i cui articoli su Rivista Studio costituiscono praticamente l’unica rubrica letteraria che mi capita di leggere con assiduità.

Oltre ad essere indubbiamente bella nella sua spietatezza, la frase mi ha fatto sorridere perché mi ha ricordato un passaggio molto famoso di un libro di Philip K. Dick, Ubik, che si conclude (quasi) con le stesse parole: “Saltate nell’orinatoio in cerca d’oro. Io sono vivo e voi siete morti”. Cosa ancora più importante, quella frase è il titolo della biografia di Dick scritta da Emmanuel Carrère (Je suis vivant et vous êtes morts), il più talentuoso autore di non-fiction francese, di cui de Majo ha parlato spesso. Proprio come Carrère, de Majo ci racconta “vite che non sono la sua” – anche se mentre scrivo queste parole non sono più tanto convinto che ciò sia vero. Ma andiamo per ordine.

Il romanzo d’esordio di de Majo è narrato in prima persona da un tale, Massimiliano Scotti Scalfato, dalla prosa pomposa e magniloquente quanto il suo nome. Si presenta egli stesso come “il biografo”, il “filologo molecolare” che, seguendo pedissequamente le indicazioni del suo nume tutelare, il critico anglo-polacco Walter T. Pasernach, racconterà al lettore (che di volta in volta è “paziente”, “attento”, “curioso” e così via) le gesta di D.D.

“Fin da giovanissimo la mia unica grande aspirazione è stata nutrirmi delle vite degli altri (…) Lo confesso: sono sempre stato interessato più agli altri che a me stesso, e dunque il campo di cui mi occupo è precisamente quello in cui posso mettere a frutto questa predisposizione”

D.D. invece è “l’impostore” del titolo, dalla doppia iniziale identica, come i supereroi Marvel (o come Dylan Dog). Eroe D.D. lo è davvero, almeno per il suo scriteriato biografo, il suo “migliore amico”, che ci tiene a mostrarcelo subito come un enfant prodige, un genio precoce e – manco a dirlo – incompreso. Morto a 32 anni per un cancro diagnosticato come curabilissimo, D.D. è uno “scrittore nato” che in realtà ha scritto pochissimo: strane cartoline spedite al suo amico Massimiliano, perfide lettere di dimissioni da questo o quel lavoro, qualche pagina di un quaderno durante la degenza in ospedale, un racconto incluso in una raccolta di giovani autori e un romanzo fantasma, che nessuno (forse) ha mai visto.

È nella polifonia dei generi, nell’analisi della “produzione” di D.D. ad opera del pedante Scotti Scalfato, che risiede l’originalità del romanzo. Ma non mi voglio dilungare su questo. Intanto, perché si tratta di un’originalità relativa; nella bandella del libro si citano già precedenti illustri di meta narrazioni di questo tipo: Borges, Nabokov, Bolaño, Wallace. Soprattutto il primo, direi. La storia di MSS, che racconta la vita di D.D. che, a sua volta, nell’unico suo racconto pubblicato, narra la vita (e la morte) fittizia di MSS, mi ha ricordato moltissimo Le rovine circolari, uno dei racconti più belli di Borges (lo trovate in Finzioni, Einaudi). Ma anche Il miracolo segreto, dove uno scrittore, condannato a morte, prega perché l’istante prima della fucilazione duri un anno, per permettergli di finire un poema (e Dio, o chi per lui, lo accontenta).

A qualcuno, invece, è venuto in mente il Flaubert di Bouvard e Pécuchet. O La vera vita di Sebastian Knight di Nabokov. Sì, no, forse. Ci saranno sicuramente queste e altre influenze.

Personalmente ho pensato anche a Mordecai Richler, un autore che non so se de Majo abbia letto, o che comunque non credo abbia influenzato direttamente il suo lavoro. Ad esempio, le insopportabili note a piè di pagina di Scotti Scalfato, a commento del racconto di D.D., mi hanno ricordato quelle, altrettanto puntigliose e irritanti, di Michael Panofsky nella Versione di Barney. Ma ho ritrovato anche l’ossessione del biografo per il suo soggetto (de Majo dice che Scotti Scalfato è una specie di stalker, ma non lo è forse ogni biografo che si rispetti?), la distorsione generata dalla sua prospettiva, il bias che entra prepotentemente nella vicenda narrata e diventa parte integrante della narrazione, come nelle biografie di A. J. A. Symmons o di Carrère.

L’altro motivo per il quale non mi dilungo sulla questione originalità, è che cercando in giro informazioni sul libro ho trovato il giudizio impietoso di uno scrittore, napoletano anche lui e coetaneo del nostro (come scriverebbe Massimiliano Scotti Scalfato, Cristo di Dio che rabbia):

Sembra incredibile, ma riaprendo a distanza di anni  la cartellina che contiene la rassegna stampa dei libri che ho pubblicato e delle antologie a cui ho partecipato, dopo aver riletto una buona parte degli articoli, mi sono reso conto che  il pezzo di Giglioli (una semi-stroncatura, Ndr) non mi dava più fastidio, mentre mi sono sentito molto imbarazzato nel leggere i pezzi più elogiativi ed entusiastici. L’imbarazzo di chi ha preso per il culo qualcuno e poi se ne vergogna. Anzi, non è incredibile, perché oggi, mi provo vergogna al pensiero che quei libri possano ancora essere letti. Io stesso non ho mai avuto il coraggio di riaprirli. E so perfettamente, anche senza averli riaperti, da che genere di problemi sono afflitti. Problemi di ingombranti influenze non ancora assorbite soprattutto. Scorro mentalmente le pagine che ho scritto e tutto mi sembra troppo uguale a qualcos’altro che c’era già. E dire che sono stato definito un autore “tra i più originali”. Arrivo a chiedermi, ripensando a un certo passaggio, a una certa scelta strutturale o stilistica, quale fortunata coincidenza ha fatto sì che quei libri e quei racconti abbiano prodotto altri libri, altri racconti, addirittura collaborazioni pagate. Penso al mio nome scritto su quelle copertine e provo il desiderio impossibile da realizzare di aggiungere tra parentesi: (Non proprio lui).

Come avrete capito, quello scrittore è lo stesso Cristiano de Majo. Più o meno. Motivo per il quale ho ancora più voglia di leggere il suo nuovo libro.

Quello sì, scritto proprio da lui, e non da quella chiavica di Massimiliano Scotti Scalfato.

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