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Alla ricerca di Solomon Gursky

Antefatto.

Nove mesi. Ci ho messo nove mesi a leggere Joshua allora e oggi. Un parto, praticamente. Per chi non lo sapesse, parlo dell’ultimo romanzo di Mordecai Richler edito in italiano (da Adelphi) e pubblicato originariamente nel lontano 1980. Chiariamoci: non ci ho messo tanto a leggerlo perché non mi piaceva; anzi. Mi piaceva talmente tanto che l’ho rateizzato, parcellizzato, centellinato fino all’esasperazione. Ci sono stati mesi interi in cui non andavo oltre una pagina al giorno, una violenza senza limite. Ma ne è valsa la pena. Ancora scottato dalla febbre di Joshua Shapiro mi sono fiondato in libreria alla ricerca di un altro suo romanzo, del tutto determinato a fargli fare la stessa (brutta) fine. La buona notizia è che non ci sono riuscito (l’ho divorato nel giro di un paio di settimane). La cattiva è che, per esorcizzare l’incantesimo lanciatomi dal negromante ebreo, ho voluto saperne di più…

 “Era il 1983. Autunno: la stagione delle pernici ubriache fradice per aver becchettato le mele selvatiche cadute e fermentate. Una di esse svegliò Moses Berger andando a sbattere contro la finestra della camera da letto e scivolando sull’erba. In risposta al richiamo fraterno di un altro alcolizzato nei guai, Moses si tirò su i pantaloni e si precipitò fuori. Aveva compiuto cinquantadue anni qualche mese prima e non era ancora angustiato dalla pancia. Non che facesse esercizio; piuttosto, mangiava con parsimonia. Non era bello, nemmeno in maniera non convenzionale, come aveva sperato un tempo. Era un uomo riservato, di altezza media, con capelli castani sempre più radi e sempre più grigi e grandi occhi castani lievemente sporgenti cerchiati di borse violacee. Naso bulboso, labbra grosse. Ma anche adesso alcune donne sembravano trovare la sua bruttezza fisica – come si era rassegnato a considerarla – stranamente interessante. Non attraente: semmai, un problema da risolvere.
La pernice non si era rotta il collo. Era solo stordita. Sbatté le ali e prese il volo, sfiorando quasi la legnaia. Senza dubbio stava giurando a se stessa di tenersi alla larga per sempre dalle mele selvatiche fermentate.
La speranza è l’ultima a morire.”

Mordecai Richler nel 1980

Mordecai Richler nel 1980

Pubblicato nel 1989, Solomon Gursky è stato qui è il penultimo romanzo di Mordecai Richler, che ha dichiarato di averci sgobbato su più di sette anni. E si vede. Come altre opere di Richler, è un romanzo dall’architettura complessa: narrato in terza persona, procede in maniera irregolare, saltando impunemente da un anno all’altro, alternando analessi e prolessi (flashback e flashforward, se preferite), con una costruzione simile – “postmoderna”, per dire una brutta parola – a quella di Joshua allora e oggi. La differenza (sostanziale) è che, se nei suoi libri precedenti Richler illustrava fatti e misfatti di un singolo personaggio (che si chiami Duddy Kravitz, Joshua Shapiro o Barney Panofski), un antieroe ebraico alla maniera di Saul Bellow e Philip Roth, qui la narrazione si allarga a dismisura, raccontando ascesa e caduta di una grande famiglia, “due secoli, due sponde dell’Atlantico e cinque generazioni di una dinastia ebraica in cui tutto è smisurato”. Una specie di Cent’anni di solitudine in salsa yiddish.

Certo, c’è Solomon Gursky, da cui il titolo. Ma dire che “c’è” sarebbe inesatto. Solomon non è qui. È morto da quasi cinquant’anni, quando la narrazione comincia. E nonostante quest’assenza, il fantasma di Solomon attraversa tutto il romanzo, tormentando ogni personaggio, intromettendosi nei loro affari, provocandone gli eventi, “facendo scherzi al mondo e alle sue creature”, come un uccello dispettoso, come una gazza ladra. O piuttosto un corvo, il corvo che è anche il simbolo della famiglia Gursky e campeggia nell’edizione originale: “Un grosso, minaccioso uccello nero, del quale in passato mai si era visto l’eguale”, che vola sopra il cielo della cittadina di Magog, in Quebec, diretto verso ovest, verso una regione dal nome bizzarro: il Saskatchewan. Qui, negli anni ’30, una famiglia di piccoli delinquenti di religione ebraica ha trovato fortuna commerciando in alcolici.

“I Gursky sono un prodotto della mia fantasia, ma non ho inventato tutto quello che c’è in Solomon Gursky è stato qui”, scrive Richler in una nota alla fine del romanzo. “Prodotto di fantasia? Oh, please”, gli ribatte Leo Kolber nelle sue memorie. Ex senatore del Partito Liberale, Kolber è stato per anni il braccio destro di uno degli uomini più potenti del Canada: Samuel Bronfman, uomo d’affari, magnate, filantropo. E contrabbandiere. Insieme ai suoi tre fratelli, Allan, Abraham e Harry, costruì un impero: nel 1928 comprò la Seagram Distillery, facendola diventare in breve tempo la più grande compagnia di distillazione al mondo, con sede a Montreal.

Samuel Bronfman (e un corvo?)

Samuel Bronfman (e un corvo?)

Una storia, quella di Mr Sam, sorprendentemente simile a quella di Bernard Gursky, il magnate dei liquori ritratto nel romanzo. Sam e Bernie. “Mi domando perché si sia dato la pena di cambiare i nomi”, continua Kolber, che nella penna di Richler diventa Harvey Schwartz (anche detto “nano di merda”).

“C’è stato un tempo in cui Mordecai e io ci tenevamo in grande considerazione reciproca, ma poi lui usò per uno show televisivo una confidenza che gli avevo fatto riguardo la morte di Sam Bronfman, e questo fece finire la nostra amicizia”, scrive Kolber. E non solo per lo show. Verso la fine del romanzo, Richler descrive le ultime ore del contrabbandiere: il rabbino che recita l’orazione funebre al funerale di Mr Bernie afferma che quest’ultimo, in punto di morte, abbia implorato la misericordia divina.

“Ma Mr Morrie, che era presente, aveva raccontato a Moses cos’era successo in realtà al capezzale del fratello…

Sul punto di spegnersi e con gli occhi sempre più annebbiati, Mr Bernard si era ridestato sbattendo le palpebre nel vedere [sua moglie] Libby che gli prendeva la mano ossuta e cerea e se la portava alla guancia incipriata. Poi Libby si era messa a cantare… Mr Bernard aveva tentato di graffiarla a sangue, ma non ne aveva più la forza. «No, no» fu tutto quello che riuscì a dire.

«Bernie, Bernie,» singhiozzò Libby «credi in Dio»

«Come puoi dire stronzate simili in un momento come questo?»

«Non sono stronzate, tesoro»

« Non sono stronzate, dice lei. Ma non capisci. Non capisci proprio niente? Se Dio esiste, io sono fottuto».

E poi, gli aveva raccontato Mr Morrie, era morto.”

Libby è l’alter-ego di Saidye Bronfman, vedova di Mr Sam e grande matriarca della famiglia, scomparsa nel 1995 alla veneranda età di 98 anni. Richler la incontrò nel 1974, alla prima della trasposizione cinematografica del suo romanzo, L’apprendistato di Duddy Kravitz. “Ne ha fatta di strada, per essere un ragazzino di St. Urbain Street”. “Ne ha fatta di strada, per essere la moglie di un contrabbandiere di liquori”, gli rispose senza scomporsi Mordecai. Mr Sam morì nel 1971, proprio come Mr Bernie nel romanzo. Solomon, invece – ispirato in parte ad Harry Bronfman – era scomparso molto tempo prima, nel 1934, nell’esplosione del suo aereo personale, un Gipsy Moth nero.

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Il 1934 è, guarda caso, l’anno dell’uscita di un libro che Richler conosceva bene: The quest for Corvo di A.J.A. Symons, “un esperimento autobiografico” sulla vita di Frederick Rolfe, alias Baron Corvo; artista, scrittore, fotografo, prete spretato, pederasta e impostore, morto a Venezia nel 1913. La figura di Moses Berger, il ricercatore ossessionato dal destino di Solomon Gursky che ricorda tanto (fisicamente, ma non solo) lo stesso Mordecai Richler, è una sorta di affettuoso omaggio a Symons. Al di là della simbologia del corvo  – che Richler trafuga dallo scrittore inglese, integrandola con le leggende sacre degli Inuit – Berger e Symons condividono lo stesso destino: sono rimasti entrambi stregati dal fascino di un uomo straordinario, dai mille talenti e dalle mille contraddizioni.

Da Favola di Venezia di Hugo Pratt

Da Favola di Venezia di Hugo Pratt

Giocatore d’azzardo e bandito, musicista e puttaniere, lord inglese e soldato di ventura, agente segreto ed esploratore, Solomon Gursky è ovunque e da nessuna parte. Si mormora che ci fosse lui dietro al complotto per uccidere Hitler con una bomba nascosta da Lord Von Stauffenberg nella Tana del Lupo, nell’estate del 1944. O che fosse presente, al momento della fondazione dello stato d’Israele, e che abbia “dato una mano” (come pure durante il raid per la liberazione degli ostaggi israeliani all’aeroporto di Entebbe, nel 1976). E l’ultima telefonata fatta dalla camera da letto di Marilyn Monroe, prima che venisse trovata morta nel suo appartamento in Helena Drive, il 5 agosto 1962?  E i nastri che incastrarono il Presidente Nixon, durante lo scandalo Watergate? Impossibile dire dove finisca la realtà e inizi la finzione. E lo stesso si può dire di questo incredibile romanzo.

Nel 1989, durante una lettura di presentazione alla Montreal Jewish Public Library, un giornalista chiese all’autore se la famiglia Gursky fosse “ispirata” ai Bronfman. “Non farò in modo che sette anni del mio lavoro vengano ridotti a qualche gossip”. Richler ha senza dubbio più di un debito con The Bronfman Dynasty di Peter Newman, con The quest for Corvo o con le testimonianze della spedizione Franklin del 1845, che vengono citate apertamente nei ringraziamenti. Ma Solomon Gursky è stato qui è un’opera di finzione, per cui ogni riferimento a fatti o persone reali, come si dice, è puro bla bla bla. Solomon Gursky è stato qui è un romanzo (e che romanzo). Uno dei migliori che abbia letto negli ultimi anni.

PS: A proposito di persone realmente esistite. Il mese scorso un gruppo di scienziati ha annunciato di aver ritrovato il relitto di uno dei due galeoni della spedizione capitanata da Sir John Franklin e dispersa nel Mar Glaciale Artico nel 1846. Non si sa ancora se si tratti del Terror o dell’Erebus. Su quest’ultima nave, secondo quanto si racconta, si era imbarcato clandestinamente un giovane ladruncolo ebreo di nome Ephraim Gursky, in seguito ribattezzato Tulugaq, che in eschimese significa corvo. Chissà cosa ne avrebbe scritto Mordecai Richler.

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